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Le assaggiatrici di Hitler, un romanzo troppo perfetto?

Le assaggiatrici di Rosella Postorino (Feltrinelli, 2018) è un romanzo ben congegnato di cui si sta discutendo parecchio (giustamente). Eppure forse un lettore non cerca un romanzo senza sbavature ma un grande e magmatico caos. 

Lo sfondo è quello della seconda guerra mondiale. L’ambientazione quella della Germania Nazista. La produzione letteraria basata su queste coordinate è sconfinata ma la Postorino è riuscita – furbescamente – a darne una nuova chiave di lettura grazie all’adozione di un punto di vista inedito: quello delle assaggiatrici di Hitler, un gruppo di donne assoldate con il compito di mangiare per prime i pasti destinati al Fuhrer e quindi evitargli, in caso di avvelenamento, morte certa. Un sacrificio meno onorevole rispetto alla morte in battaglia ma pur sempre patriottico.

Pur partendo da una posizione apparentemente privilegiata (le assaggiatrici hanno accesso a cibi prelibati, ricevono uno stipendio, sicurezza e un trattamento di riguardo), la riflessione rimane comunque la stessa quando si indaga quel periodo storico: quali conseguenze ci sono per chi è stato un connivente? Quando si raggiunge un livello di complicità con un regime accettabile? Quando la colpa è collettiva in qualche modo si stempera ma la vergogna individuale non stinge. Un regime totalitario fa questo: in nome della collettività, isola i cittadini, li rende atomi, estranei gli uni agli altri.

L’intreccio è piuttosto classico, non ha svolte narrative impreviste ma d’altronde non è questo l’elemento di forza del romanzo, il merito maggiore risiede nella solida costruzione dell‘impianto psicologico. Rosella Postorino è davvero dotata di un grande talento nel descrivere i sentimenti ambivalenti dell’animo umano, le sue contraddizioni e i suoi desideri. Sono tanti i momenti dove la scrittura stupisce per vividezza e precisione. “Uno spillo sotto l’unghia”, basta questa semplice citazione per descrivere la prosa della Postorino. Una retorica misurata che fa intravedere alcuni “trucchi” autoriali, come le immancabili frasi di chiusura per ogni capitolo: sentenziose, certo, ma mai banali o artefatte. La scrittrice ha un controllo totale sulla sua storia, sintomo di grande consapevolezza e del lavoro da artigiana dietro ogni parola.

Del resto, l’amore accade proprio fra sconosciuti, fra estranei impazienti di forzare il confine. Accade fra persone che si fanno paura.

Eppure forse questo è l’unico difetto del romanzo. Non si deraglia mai. I personaggi non prendono mai iniziative che il lettore non si aspetta, anzi, alcuni sono cementati nel loro ruolo (come la controparte maschile di Rosa, Ziegler). La prosa, benché perfetta, non è magnetica e non suscita quel potere quasi magico che invece fanno altri autori come la Ferrante, ad esempio. Il romanzo ha una sua intensità drammatica ma è anche inevitabilmente pieno di echi di momenti già visti e sentiti che purtroppo lo inseriscono nella categoria: storie belle e ben raccontate ma che purtroppo non sconquifferano. è tutto al suo posto, quindi. Ma forse è proprio questo il problema. Manca una sedia rovesciata a questo romanzo.

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2 pensieri riguardo “Le assaggiatrici di Hitler, un romanzo troppo perfetto?”

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