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Peaky Blinders – I cafoni di Birmingham, i primi tre episodi

DISCLAIMER: questo è un riassunto commentato della prima stagione di Peaky Blinders, serie tv britannica, ormai arrivata alla quarta stagione. Consiglio la lettura solo a chi ha già visto gli episodi (li trovate su Netflix, cosa aspettate?).

1×01 – La famiglia Shelby

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Nella putrida Birmingham del 1919, tutti gli uomini rimasti siano essi operai, braccianti o membri di gang locali sono reduci di guerra. Ciò che li accomuna è la stessa rabbia per un’esperienza indicibile che li ha resi inadatti alla vita ordinaria, mutilati dal dolore cronico, tormentati da incubi e sopraffatti dal risentimento per essere stati costretti ad uccidere e a morire spesso inutilmente. Non hanno ottenuto niente di buono eppure il prezzo che hanno pagato è stato altissimo.

Tra questi c’è il sergente Thomas Shelby (interpretato da un triste e glaciale Cyllian Murphy) che, smessi i panni di militare, è tornato ad essere il leader dei Peaky Blinders, una gang di allibratori che controlla un modesto circuito d’affari. Dietro la facciata rispettabile di una fabbrica, infatti, la miserabile famiglia Shelby – composta dai tre fratelli Tommy, Artur e John, la sorella Ada e la zia Polly – gestisce una gang di uomini di strada, più spacconi che furbi, con in testa il berretto in cui tengono nascosta la lama (“una corona degna di un re”).

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Le cose cambiano quando per un errore di consegna, nel cortile di Charlie Strong – quartier generale di Small Heath, il territorio dei blinder – arriva un carico di armi enorme.

Lo sapete già. Che cosa fa di un uomo un criminale? L’occasione.

L’ambizioso Tom Shelby vede in questo colpo di fortuna l’opportunità di fare un salto di qualità e decide di tenere per sé il carico, trasformando il suo giro d’affari: da circuito di teppisti di strada a gangster.Chester-Campbell-Three-Piece-Suit

Peccato che a rovinargli la festa arrivi un ispettore da Belfast, interpretato dal mitico archeologo di Jurassic Park ma il suo personaggio qui non è altrettanto entusiasmante, anzi, lo vorremo vedere stecchito entro il primo quarto d’ora dalla sua entrata in scena. Il suo ruolo è tanto banale quanto efficace: è un poliziotto fanatico e reazionario che usa una fastidiosissima retorica religiosa per utilizzare metodi fascisti e violenti senza discriminare tra vituperati comunisti, membri dell’IRA e furfantelli di strada. È chiaramente un membro della lega nord, molto calcato sulla figura di Van Halen in Boardwalk Empire. È il classico antagonista scarafaggio: coriaceo, difficile da uccidere, sgradevole alla vista.

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A proposito di comunisti agitatori, Ada, la sorella principessa che in questo primo episodio si mostra ancora abbastanza vanesia (tranquilli, migliora) si è innamorata di uno dei capi dello sciopero, Freddie Thorne. La loro unione clandestina è osteggiata dai fratelli un po’ perché è il 1919 e Ada è una femmina, un po’ perché lui vagheggia insurrezioni mentre gli Shelby possiedono una fabbrica. Ma, ehi, nota positiva. Freddie ha salvato la vita in guerra a Tommy quando combattevano in Francia quindi c’è speranza. In tutto questo fango, una storia d’amore sincera è necessaria. Inoltre la faccia di Iddo Goldberg è perfetta per interpretare uno dei tanti personaggi del sottobosco di Birmingham, attraversato da tensioni politiche e sociali tali da renderlo un campo minato.

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Questo primo episodio introduce anche il personaggio di Grace (Annabelle Wallis), nuova cameriera del pub frequentato dai blinder, non esattamente un posto sofisticato, soprattutto per una ragazza con la faccia pulita come la sua. Si intuisce subito che ha un interesse nascosto e infatti a metà episodio scopriamo che è un’agente sotto copertura alla ricerca del carico di armi rubato a Small Heath. Sinceramente non sarò obiettiva nel giudicarla perché non l’ho mai sopportata. Ogni volta che appare in scena che sia cantando come un usignolo (che cosa cretina da farle fare, per altro) o che stia flirtando con Tommy o servendo ai tavoli, l’unico modo in cui riesco a reagire è roteando gli occhi al cielo. Non l’ho mai trovata credibile come personaggio e trovo che sia la cosa meno riuscita di Peaky Blinders.

Peaky Blinders

La prima puntata di Peaky Blinder quindi è l’apertura del sipario, l’introduzione alla vita di un quartiere tumultuoso, la visita in una città segnata dalla guerra che cova una voglia di rivalsa, alimentata dalla frustrazione per una mancata legittimazione e riconoscimento da parte di un governo menefreghista e autoritario. Ad incarnare questo sentimento è Danny, ennesimo commilitone di Thomas, che soffre di violenti episodi allucinogeni in cui pensa di essere ancora al fronte. Il disturbo post-traumatico (all’epoca etichettato semplicemente come follia) lo marginalizza e lo porta al punto di uccidere un italiano, protetto dalla gang locale che lo condanna a morte. È però Thomas Shelby che si offre di giustiziarlo, offrendogli una morte veloce e indolore che sicuramente gli italiani non gli avrebbero concesso.

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Sembra che siano proprio le parole disperate di Danny a porre il sigillo di questo episodio e a darci la cifra stilistica della serie tutta: “I suppose I ought to pray now but those fucking guns they blew God right out of my head”. Le ferite di guerra sono incancellabili: o si muore al fronte o se si è così fortunati da tornare, non resta che dannarsi ancora di più.

La chiusa dell’episodio riserva qualche altro colpo di scena, però. Tommy non può uccidere un altro comrade, è un criminale ma leale verso i suoi. Quindi decide di far diventare Danny un peaky blinder. Non c’è da aspettarsi nessuna redenzione positiva, allora. Ma solo fango, pistole e un po’ di estasi fuggevole.

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La puntata si apre con un sortilegio fatto da un’indovina cinese ad un cavallo per fargli vincere una corsa e si chiude con lo sguardo ambizioso di Tom Shelby che sa come sfruttare la superstizione degli scommettitori per truccare il gioco e diventare sempre più ricco. E nonostante il cast formidabile (tra i molti va citata un’impareggiabile Helen McCrory), una regia dinamica e una colonna sonora sontuosa che riprende motivi contemporanei adattandoli alle atmosfere inglesi del primo novecento (e viceversa), è proprio la testa alveare di Shelby il motivo principale per cui guardare Peaky Blinders. Uno dei personaggi più interessanti del piccolo schermo, un miscuglio di astuzia e scelleratezza che si svelerà allo spettatore episodio dopo episodio.

1×02 – Lo scacchiere di Birmingham

Nel recap dello scorso episodio ho volutamente mantenuto il silenzio su due personaggi cruciali della storia: Polly e Artur Shelby. E c’è da dire che entrambi hanno almeno due scene madri all’interno della prima puntata.

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Polly si rivela subito la figura collante della famiglia, protettrice e confidente, stratega e materna allo stesso tempo. Se Tom può contare su Arthur – suo braccio destro per il lavoro sporco – non è a lui che si può rivolgere quando c’è da elaborare piani bensì a Polly. È a lei che Tom confida il furto d’armi che ha dato il via alla loro scalata. La reazione di Polly è ambigua: da un lato invita alla prudenza, dall’altro lungi da lei distogliere il nipote dalla vita criminale. È una donna dal cui sguardo si intuisce subito quanto abbia perso e sa che una famiglia disgraziata come quella Shelby può trovare fortuna soltanto nel malaffare. Eppure è determinata a non lasciare Thomas al comando da solo. Per quanto furbo, il nipote è pur sempre un uomo enigmatico e tormentato, fin troppo freddo. Sarà lei a combattere fin da subito per la parità (o pseudo tale) nelle decisioni da prendere, d’altra parte è stata lei ad occuparsi del business familiare in assenza degli uomini al fronte. E ora che Thomas è tornato sembra voglia “conquistare il mondo” mentre Polly, pragmatica e con i piedi per terra, è cauta ed è decisa a non perdere nemmeno un centimetro del territorio che ha contribuito in maniera determinante a conquistare e a difendere. Che dire, i due si compensano a vicenda: rischio e cautela, testa e cuore della famiglia.

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Sempre nello scorso episodio abbiamo visto Arthur alle prese con le violenze della polizia, che ha interrotto i suoi bagordi con delle prostitute per picchiarlo sonoramente cercando di spingerlo a collaborare con loro in cambio di informazioni. Finito il pestaggio, Arthur riferisce subito a Tom quanto accaduto, ancora ignaro del fatto che il furto d’armi è avvenuto proprio per mano sua. E da quest’azione emergono subito gli aspetti più evidenti del carattere di Artur: non è un uomo brillante, è impulsivo, incline alla rabbia ma leale. È un personaggio brutalmente onesto, capace di grande affetto e, pur essendo il maggiore, non rivendica un ruolo di comando e si fa da parte, non senza dispiaceri, lasciando fare a Tom il leader dietro le quinte. Lui si occupa di fare il capobranco degli uomini di strada che lo seguono per il suo carisma e la sua fama. È proprio per questo motivo che l’ispettore Campbell all’inizio pensa che sia Arthur il capo (ecco il motivo del pestaggio). Ma si accorge ben presto che ha scelto l’uomo sbagliato: Arthur non ne sa nulla delle armi e quindi non può dargli alcuna informazione, lui è un puro esecutore, non lo stratega. Di conseguenza organizza un devastante raid (ed è così che inizia questo secondo episodio) a Small Heath. È caccia aperta a comunisti, sediziosi, informatori, prostitute, chiunque sia in grado di fornire qualsiasi tipo di indizio su dove sia finito il carico d’armi ma il rastrellamento ha come obiettivo soprattutto quello di stanare Thomas Shelby, l’uomo di potere che secondo Campbell è l’unico a conoscere lo scacchiere.

La furia di Campbell benché motivata soprattutto dal suo fanatismo intransigente è anche sostenuta dalle pressioni che gli vengono dall’alto. In un momento di grande disordine sociale, è naturale che una rivolta armata rappresenti un rischio non di poco conto per il governo.

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Alla mano pesante di Campbell, Shelby risponde con il suo fine ingegno. Decide di organizzare una pacifica protesta degli abitanti del quartiere che per rispondere alla violenza della polizia, bruciano il ritratto del re Giorgio in un grande falò. Tommy si premura di far assistere un giornalista, la notizia esce sui quotidiani e giustamente Campbell viene rimbrottato da un funzionario governativo che gli intima di tenere un profilo basso, d’altronde lui è lì per sgominare un tentativo di rivolta non per provocarne una.

Messo da parte Campbell, però, gli Shelby si devono occupare di due situazioni più stringenti. Ad inizio episodio infatti sono entrati in collisione – per un motivo futilissimo – con il clan Lee, una famiglia gipsy (d’altra parte gli Shelby sono per metà zingari da parte materna). Questo pone in luce un’altra caratteristica di Peaky Blinders, un aspetto che forse passa sottotraccia ma contribuisce a creare l’atmosfera dello show. C’è sempre qualcosa di mistico, di superstizioso in ogni puntata. Lo scorso episodio era “la polvere incantata” cinese, in questo il sacro lancio della moneta con cui gli Shelby siglano gli accordi. Ecco, se i peaky blinders hanno un codice è forse proprio quello di affidarsi alla fortuna. E proprio gli zingari maledicono il cavallo che correrà per gli Shelby, mettendogli un seme marcio nello zoccolo. Tommy è costretto ad abbatterlo.

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Quella che sembra però l’inizio di una seccante faida, si rivela ben presto un pretesto che Tommy ha volutamente creato per agganciare Billie Kimber, un carnevalesco uomo d’affari che ha il monopolio delle corse dei cavalli in un altro territorio e in rotta di collisione proprio con i Lee. Gli Shelby – o meglio Thomas, deciso ormai a espandersi anche pestando i piedi a quelli più grandi di lui – hanno truccato una corsa senza il suo permesso e per tale motivo Kimber in persona ne viene chiedere conto e ragione nel pub Garrison, altro punto di ritrovo dei blinder. Tommy coglie la palla al balzo per proporgli un accordo: allearsi contro i Lee che a questo punto, è evidente, si rivelano semplicemente le vittime involontarie di un gioco più grande di loro.

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Le magagne per gli Shelby però sono solo temporaneamente rimandate. Ada scopre di essere incinta, proprio nel momento in Freddie Thorne è costretto ad andare fuori città perché la polizia è alle sue calcagna. Polly (ancora una volta che fine faremmo se non ci fosse lei?) si occupa della situazione, schierandosi dalla parte di Ada e sostenendola probabilmente perché si rivede in lei. Infatti le rivela che in passato si è trovata nella situazione di dover mettere alla luce un figlio da sola, rivelandoci qui tutta la sua fragilità amara, molto spesso nascosta da un’espressione d’inflessibilità. “Sai come funziona, tu sei una troia, il figlio è un bastardo ma per uomo che non torna non c’è un nome”. Tuttavia le intima di abortire perché non crede che Freddie tornerà mai da lei. Questo intrigo romantico alla Romeo e Giulietta è l’ennesimo motivo di scontro in famiglia e fa emergere ancora di più la freddezza preoccupante di Tommy. Non vediamo l’ora che i fatti gli diano torto. Freddie, torna, per favore.

La tresca tra Ada e un comunista è un’informazione che Campbell non esita a sfruttare e la usa per forzare un incontro con Shelby e intavolare una trattativa. Shelby confessa di avere le armi destinate alla Libia ma in cambio avanza una serie di richieste che si riducono a: chiudete un occhio sui miei affari illeciti che sì, sono in espansione e voi dovrete lasciarmi fare. Giù la maschera quindi. Thomas consegnerà le armi quando avrà raggiunto i suoi obiettivi. Conoscendo un pochino Shelby sappiamo che probabilmente questa proposta è soltanto un modo per comprare altro tempo tuttavia ha effetto. Campbell – fondamentalmente un uomo ambizioso che non vede l’ora di passare per un eroe della patria, nonostante, come fa notare Shelby, non abbia mai combattuto in guerra per essa – accetta, malvolentieri ma accetta ufficialmente. Non essendo stupido, però, prepara una contromossa e chiede a Grace, l’agente in incognito, di avvicinarsi quanto più possibile a Shelby per ottenere la posizione delle armi. Inutile dire che Campbell è un povero illuso, innamorato perso di Grace. Ma come può questo piano non naufragare in partenza? È ovvio che Grace s’innamorerà di Shelby e trallallero. Devo ripetere ciò che ho detto per lo scorso episodio. Questa storyline è la più debole.

Insomma, questo secondo episodio di Peaky Blinder amplia e non di poco l’orizzonte narrativo. Le dinamiche si complicano, gli Shelby si muovono con audacia tra zingari, boss locali, poliziotti corrotti e spie. L’equilibrio è precario.

1×03 – In corsa

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Lo scorso episodio avevamo già capito che l’accordo tra Campbell e Shelby era stato solo un convenevole per prendere tempo e infatti la terza puntata si apre all’interno del pub garrison mentre è in corso una trattativa per la compravendita delle armi tra gli Shelby e alcuni membri dell’IRA. Thomas non solo fa il doppiogioco ma il triplo e il quadruplo. Non mi stupirebbe se avesse in mente di intascare i soldi e non vendere a nessuno.

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Nel frattempo assistiamo al matrimonio di Freddie e Ada (tiè, Tommy, tiè, il vero amore esiste anche se tu ormai sei arido) che contravvengono agli ordini del clan e giustamente si vivono la loro vita, certo, piena di difficoltà ma almeno liberi. In teoria Thomas avrebbe dovuto cacciare fuori città il comunista sedizioso Freddie Thorne infatti faceva parte dell’accordo stretto con la polizia (Campbell), accordo di cui ovviamente Tommy non ha parlato a nessuno infatti quando è costretto a rivelarlo a Polly, insospettita dall’insistenza con cui Thomas vuole sapere il luogo dove si trovano i novelli sposi, lei giustamente si inalbera: “non c’era il voto in famiglia?”. Eh. Tommy è un megalamone, gli vogliamo bene ma lo è. Per altro non crede affatto nella sincerità di Freddie che crede stia usando Ada per sfruttare l’influenza degli Shelby a vantaggio della causa politica (Tommy poveretto è contorto e pensa che anche gli altri lo siano altrettanto). Polly quindi prende in mano la situazione e decide di occuparsi della clandestinità di Ada e Freddie, proteggendoli per il momento dagli Shelby stessi.

Peccato che Freddie di andarsene da Birmingham non ne ha alcuna voglia, al contrario dei peaky blinder lui qualche ideale ce l’ha e non ha alcuna voglia di svendere la sua integrità. D’altra parte Freddie è un ex-amico, Tommy non può facilmente eliminarlo infatti il confronto armato tra i due non porta a niente e si conclude con una frase donabbondiana “questo matrimonio non durerà”.

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A dare problemi in famiglia c’è anche un fragilissimo Arthur Shelby con il “mal di trincea”. Si sente inutile visto che ormai il fratello Tommy non lo mette a parte di alcuna decisione (come dargli torto) e capisce che per quanto riguarda le armi (di cui lui non sapeva nemmeno l’esistenza) Tommy ormai si muove autonomamente. Alla fine Arthur è facile da rabbonire, basta regalargli il Garrison Pub. Però questa tensione tra i due fratelli sarà difficile da sciogliere, vediamo come si evolverà.

Il perno dell’azione però è a Chettenam, alle corse dei cavalli in cui i peaky blinder dovranno dar prova a Kimber di essere in grado di fermare i Lee e i loro magheggi (che intralciano le attività dell’allibratore con cui Tommy vuole mettersi in affari). Dopo le botte da orbi e il taglio di un orecchio ai danni di Erasmus Lee, “by order of the peaky blinder”, l’accordo stretto con Kimber è il seguente: i blinder gli faranno da protettori dell’ippodromo, assicurando che nessuno interferisca con le attività di Kimber e in cambio riceveranno il 5% dei profitti e il controllo di tre campi di scommesse legali. Tommy sarà anche un disastro nel capire le emozioni umane ma almeno è un bravo uomo d’affari. Si apre una spiacevolissima parentesi: nell’accordo Kimber vuole includere anche Grace che è costretta ad andare con lui, salvo poi essere salvata in extremis da Tommy che mente a Kimber dicendo che Grace ha la sifilide (il senso di tutto questo mi sfugge completamente, odio tutto ciò che li riguarda).

Questo terzo episodio è sicuramente più debole dei primi due che sono invece esplosivi ma è una transizione narrativa necessaria per arrivare alla seconda metà della stagione di cui parleremo nel prossimo post. Andatevi a fumare una sigaretta e tornate!

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