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Se anche tu impieghi sette anni a scegliere cosa guardare su Netflix leggi questo post

La scena è questa: ti stravacchi sul divano dopo una faticosa e lunghissima giornata e l’unica cosa che vuoi fare è spararti un episodio di una serie tv o un film. La scelta più comoda è quella di allungarti il tanto che basta per raggiungere il tuo laptop e aprire Netflix. E adesso iniziano i dolori.

I servizi di streaming dovrebbero facilitarti la vita, e in gran parte lo fanno. Eppure ogni sacrosanta volta che devo scegliere cosa guardare mi ritrovo catapultata in un vortice schopenhaueriano di indecisione e inedia, al limite del malessere. Risultato? Il tempo stimato per scegliere qualcosa da guardare supera di gran lunga il tempo effettivamente speso per guardare qualcosa. Il catalogo è troppo vasto o troppo lacunoso? Sono l’unica che dopo venti minuti di scrolling intensissimo si sente come Rose in Titanic?

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Ho notato che sempre più frequentemente alterno la visione di prodotti che già conosco molto bene e che mi fa piacere ritrovare alle novità presenti sulla piattaforma. Anziché percepirlo come un contenitore pieno di prodotti originali (o che io non ho ancora visto) ho iniziato a pensare a Netflix come un canale che trasmetta on repeat i miei show preferiti che quando becco facendo zapping non mollo più fino alla fine dell’episodio (che magari conosco anche a memoria).  Questo è esattamente ciò che mi succede regolarmente con X-files su Rai 5, o meglio, mi succedeva visto che prima l’hanno trasmesso a orari di programmazione schizofrenici e poi cancellato definitivamente (certo, sono delle repliche ma è sempre un colpo al cuore). Il mio sogno infatti è che venga caricato prima o poi su Netflix  insieme al mio guilty pleasure prediletto: Gossip Girl. Giudicatemi pure ma vi ricordo che ho già espiato tutte le mie colpe scrivendo un pezzo lunghissimo su I Soprano qui.

Dopo questa premessa tediosa, eccovi dunque la golosa lista delle cose che ho guardato su Netflix nell’ultimo periodo.

Tra le novità:

White gold

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Serie televisiva britannica, trasmessa dalla BBC e interpretata da un Ed Westwick che finisce per interpretare il suo personaggio più noto ovvero Chuck Bass, solo in una versione più scurrile e decisamente più povera. Si seguono le vicende di un gruppo di loschi venditori di finestre nei sobborghi medio-bassi del Regno Unito.

Il nostro dream team di pacchiani commercianti più che furbesco è truffaldino. In poche parole: vendono fischi per fiaschi, vi promettono un prodotto d’oro e invece sono scadenti infissi bianchi che si romperanno poco dopo esservi indebitati per migliaia di sterline.

La serie è ambientata negli sfarzosi anni 80 che garantiscono un’estetica iconica e scatenata: dal look dei personaggi alle scenografie, la parola chiave è capriccio. E come fa la moda anche questo show raccatta, frulla e ricicla molti elementi provenienti da altri prodotti audiovisivi. La spregiudicatezza dello sguardo in camera del volpesco e machiavellico protagonista derivano da House of cards; il gusto per il grottesco e la brutale onestà, poi, sono tipici delle serie inglesi con il loro slang incomprensibile, la grettezza e l’audacia di fondo (a partire da Misfits e finendo con Peaky Blinders).

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Per concludere, White Gold è un diamante grezzo. Anzi forse è solo un grosso pacchiano zircone ma brilla. Una serie divertente per la sua cattiveria volgare ma che pecca un po’ di originalità. L’intreccio infatti si basa su un vortice di vizi ed eccessi in cui cade il protagonista che francamente ha un sapore di sbobba rimasticata ma sono dieci episodi che volano (soprattutto se non vi sentite in colpa nel ridere del cattivo gusto).

American Crime Story

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FX. Lo pronuncio ogni volta in maniera diversa ma rimane inconfondibile. Il canale americano che produce le serie più belle in circolazione al momento. Fargo, Justified, The Americans, Feud e ora American Crime Story. Ok, ora significa che io ci sono arrivata ora perché giustamente si parla di questa gemma da mesi e mesi.

Io adoro il genere true crime, nonostante non sia un’amante della cronaca nera. Anzi, mi correggo. Io amo il true crime (o almeno quello fatto bene) proprio perché non amo le narrazioni che accompagnano ogni delitto e ogni processo mediatico. Le storie come A sangue freddo di Capote o L’avversario di Carrere sono l’esempio più lampante di come i prodotti di fiction (o che si muovono sulla sua linea di confine) spesso sono più autentici di molti altri che invece hanno la pretesa di essere appiccicate alla realtà, addirittura di esserne uno specchio. I reality, le varie ricostruzioni, le interviste televisive hanno da sempre per me qualcosa di plasticoso, osceno, morboso. Si sa per raccontare bene una storia ci vuole una certa distanza, non troppa ma nemmeno troppo poca. E a volte scoprire non chi sia l’assassino (il mostro da sbattere in prima pagina) ma come e perché ci sia diventato (e capire quindi l’uomo) è la vera domanda.

Ecco American Crime Story rientra in questo genere, allargandone però i contorni. Non ci si concentra sull’assassinio né l’omicida O. J. Simpson (sarebbe stato piuttosto effimero visto che ormai non c’è alcun dubbio sulla sua colpevolezza) bensì preferisce mettere in scena la rappresentazione faziosa, orchestrata ad arte e capovolta dei fatti giudiziari attraverso i media. Sotto processo c’è quindi il più famoso (e seguito) processo del mondo. Emerge un quadro cupissimo non solo della giustizia ma del modo in cui si persegue (e soprattutto viene raccontata) la verità. Non guardate ACS se non sopportate l’indignazione: nessun rispetto per le vittime, sessismo nei confronti della pubblica accusa, classismo, razzismo (pure quello strumentale). Il ritratto peggiore dell’America, un j’accuse potentissimo di cui va visto ogni insopportabile (e bellissimo) minuto.

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Tra i prodotti made in Netflix invece sto guardando una serie a tema familiare molto piacevole Atypical che ha come nucleo caldo l’autismo del protagonista adolescente e tutta la serie di complicazioni che ricadono sulla sorella, la madre e il padre. Ok, il tema forse è strillato (una cosa non poco comune nei prodotti Netflix) eppure è scritta davvero in maniera fresca, autentica, con personaggi reali e poco patinati. Sono ancora all’inizio ma per ora l’aggettivo che la caratterizza meglio è: genuina.

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Tornando invece alle mie coperte di Linus, ovvero tutto quello che guardo quando non so assolutamente cosa scegliere, in queste ultime settimane mi sono lasciata avvolgere da: Friends, Boris e più recentemente Vikings.

Friends

Non è nemmeno paragonabile al comfort food perché questo di solito è tossico o dannoso mentre non c’è assolutamente nulla di controindicato o spiacevole in Friends. è questo il bello, non c’è il rovescio della medaglia. Venti minuti di sano intrattenimento con quattro amici normali – pur nelle loro stranezze – che si trattano come una famiglia. Una serie che è riuscita a non snaturarsi nonostante l’enorme successo raggiunto e che ha sempre puntato sui personaggi e la loro interpretazione. Questo è Friends: Monica, Chandler, Ross, Phoebe e Rachel. Come quelle t-shirt (PAZZESCHE LE VOGLIO) che potreste aver visto su Instagram recentemente.

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Boris

Non si smette mai di aver bisogno della satira sulla televisione. Specialmente in Italia dove sì, qualcosa sta cambiando ma sempre troppo lentamente. Quindi Boris con il mitico Francesco Pannofino e il resto della squadra di attori meravigliosi che lo circonda è un antidoto formidabile. All’interno tutte le dritte su come non fare fiction. Nel 2017, più attuale che mai. “Dai, cazzo”.

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Vikings 

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Prima di infognarmi con l’ultima stagione (no, non l’ho ancora vista ma è inutile che mi fate gli spoiler tanto ci ha già pensato Twitter, grazie), ho deciso di rivedermi lo show daccapo. Un bel ripassone è doveroso dopo quattro stagioni in cui è successo di tutto. Come raccontarvi Vikings? Sicuramente non è un documentario (pazzesco che occorra ribadirlo) quindi sì, ha delle incongruenze storiche. Ce ne frega qualcosa? No. Perché Vikings è uno show d’atmosfera, di facce macchiate di sangue, di capelli incrostati di sporcizia, di sguardi glaciali.

Volendo semplificare, è la storia del leggendario Ragnar Lothbrok – ambizioso esploratore, un Odisseo norreno – e la sua famiglia composta dalla moglie guerriera Lagertha, figli e scalpitante fratello Rollo con cui si aprirà una faida shakespeariana.

Dentro c’è l’incontro tra culture diverse (in particolare quella cristiana), la scoperta di nuovi mondi (quando la terra era ancora un luogo ignoto) e naturalmente giochi di potere e violente battaglie. Dunque avventura e passione, storia e leggenda. E diciamolo pure: anche tanti manzi.

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2 thoughts on “Se anche tu impieghi sette anni a scegliere cosa guardare su Netflix leggi questo post”

  1. Ogni volta che voglio vedere qualcosa su Netflix è un’agonia 🤣 Adesso ho creato la lista con le serie da guardare, anche perché all’inizio guardavo sempre Una mamma per amica (e gli episodi li so a memoria).
    White gold l’ho messo in lista e ammetto di averlo fatto principalmente per la presenza di Ed.

    Liked by 1 persona

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