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Nolite te bastardes carborundorum, bitches!

“Esiste più di un genere di libertà, diceva zia Lydia. La libertà di e la libertà da. Nei tempi dell’anarchia, c’era la libertà di, adesso mi viene data la libertà da. Non sottovalutatelo.”
Nella Repubblica di Gilead (gli ex Stati Uniti) tutte le donne sono state esentate dal gravoso compito di scegliere che direzione dare alla propria vita. Sono libere dagli sguardi lussuriosi dei passanti per strada, sono libere dal lavoro, libere dal precariato sentimentale, libere dal trucco, dalla moda, dalla pubblicità martellante. Sono finalmente protette.
Il mondo non è più il caos che conosciamo: un luogo avido i cui abitanti si affannano giorno e notte a venerare il dio denaro, ad accumulare beni materiali e a indulgere nella ricerca del piacere individuale; una società sempre più liquida le cui basi – famiglia, Stato, collettivi – sono ormai marcescenti, in cui non esistono più tabù e valori immutabili ai quali aggrapparsi, eccetto l’egoismo che ci ha reso sempre più narcisisti, ansiosi, depressi e soli.
Il genere umano è quasi annegato nel mare di rifiuti tossici che ha prodotto per mantenere il suo stile di vita edonistico ed è stato punito con un’epidemica sterilità. Per far fronte all’Apocalisse, una setta di fanatici religiosi – i Figli di Giacobbe – ha preso il potere con un colpo di stato, abilmente orchestrato, grazie a una serie di attentati (di cui sono stati opportunamente incolpati dei fantomatici terroristi stranieri). Come hanno sconfitto un futuro che si prospettava così disastroso? Ritornando a un solido passato. S’impone quindi nel territorio degli ex Stati Uniti una teocrazia reazionaria basata sulla dottrina cristiana.

“Eravamo una società che moriva per troppa libertà di scelta, diceva zia Lydia”.

La religione capitalistica viene sostituita dai precetti del Vecchio Testamento (e dal baratto). Non si sceglie più chi essere.  La società torna ad essere un efficiente meccanismo di disciplina e controllo: gli individui vengono divisi in caste, ognuna contrassegnata da un colore distintivo. Hanno compiti chiari, codificati, essenziali.
Ci sono i Comandanti (al vertice della piramide sociale, si occupano di far fronte alla perpetua guerra di frontiera contro gli “invasori”), le Mogli (compagne dei capi militari o degli Angeli ovvero i soldati, in celeste), le Marte (le serve, in verde), gli Occhi (i servizi segreti), le Zie (le guardiane del rigore morale), i Custodi ma soprattutto le Ancelle, bardate di rosso.
Il dovere di un’ancella in un Paese sterile (a Gilead è una parola proibita così come gay), è quello di dare alla luce dei figli. Tra le poche donne fertili rimaste, le Ancelle sono una risorsa preziosa per lo Stato che decide di appropriarsene: le strappa alle loro famiglie, le deruba della loro libertà, le addestra, le imprigiona nelle case dei Comandanti dove sono stuprate ogni mese durante una Cerimonia che ricalca l’episodio biblico di Giacobbe il quale per dare un figlio a Rachele ingravida la serva Bila. Proprio come Bila, anche le Ancelle non hanno alcuna voce in capitolo, sono dei semplici strumenti che vengono privati persino del loro nome e vengono marchiate con quello del comandante a cui, di fatto, appartengono. Eloquente è la scena presente nella serie tv in cui, durante una visita di controllo dal ginecologo, vediamo Offred (il cui vero nome è June) coperta da un velo che nasconde il suo viso al medico ma non i genitali, a testimonianza del fatto che la sua identità non è rilevante, ma solo i suoi organi sessuali.
handmaids-tale-moss-episode-4-doctorOltre a subire le stesse costrizioni delle altre donne (niente trucco, niente abiti personali ma soltanto divise accollate che non lascino intuire le forme del corpo), alle Ancelle è persino proibito leggere e scrivere. Come il resto della popolazione, anche loro fanno uso di un linguaggio formulaico (per lo più espressioni bibliche ripetute ossessivamente), mondato dalle parole proibite e irrispettose dell’Autorità, che lascia trasparire l’ipocrisia e la violenza del mondo di Gilead.
Chi non si adatta al sistema delle caste finisce nelle Colonie dove smaltirà scorie radioattive fino alla sua (prevista) morte oppure perseguitato e ucciso dalla giustizia statale: è la fine di omosessuali, ebrei, abortisti, oppositori politici, prostitute e così via.
Questo, a grandi linee, è il mondo dipinto da Margaret Atwood ne “Il racconto dell’ancella”, romanzo uscito ormai più di trent’anni fa. Nel 2017 Hulu ne ha prodotto un adattamento televisivo che non solo ha riacceso la curiosità attorno a una distopia ingiustamente sottovalutata ma ha dato nuova linfa narrativa e ampliato la storia creata dalla scrittrice canadese, rendendola più urgente e attuale che mai.
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Cosa hanno in comune le distopie?

Sebbene tratteggino tutti degli scenari spaventosi, i regimi descritti in esse hanno delle “giustificazioni” teoricamente valide. Nel caso dei Figli di Giacobbe questo è più che mai vero. Infatti il merito della Repubblica di Gilead è quella di aver effettivamente risolto una catastrofe ambientale che minacciava di portare al definitivo collasso il pianeta. Ha ridotto le emissioni di carbonio del 78% e trovato una soluzione – per quanto tremenda e ingiusta – per l’infertilità ovvero una forma deviata di controllo delle nascite.
“A volte dobbiamo fare ciò che è meglio per tutti non ciò che è giusto”. 
Il valore di questa storia sta proprio nel mettere in discussione questo assunto. Ogni volta che pensiamo di commettere il male minore a vantaggio del bene superiore chiediamoci sempre a scapito di chi?
Chiarito cos’ha in comune con le altre distopie, mettiamo in luce anche il modo in cui la storia ideata dalla Atwood se ne discosta. A differenza degli altri racconti del genere, quello di Offred (June) è particolarmente potente perché la sua testimonianza inizia da prima che il regime si imponga. La Repubblica di Gilead è infatti abbastanza giovane da permettere che la narrazione copra perfettamente il periodo di transizione da una relativa normalità a un totalitarismo. In questo caso, la miccia si accende quando vengono chiusi i conti in banca di tutte le donne del paese e negato quindi il loro diritto al lavoro.
Questa continua alternanza tra presente (distopico) e passato (che in pratica equivale alla nostra realtà) illustra in maniera spietata quando e come la retromarcia su un diritto, che viene negato a un gruppo sociale, può portare alla revoca di tutti gli altri, fino ad arrivare ad un regime vessatorio che si basa sulla discriminazione di gran parte della popolazione, non solo di una minoranza o di un’etnia.
Era così che si viveva allora? Vivevamo di abitudini. Come tutti, la più parte del tempo. Qualsiasi cosa accade rientra sempre nelle abitudini. Anche questo, ora, è un vivere di abitudini. Vivevamo, come al solito, ignorando. Ignorare non è come non sapere, ti ci devi mettere di buona volontà.
Nulla muta istantaneamente: in una vasca da bagno che si riscaldi gradatamente moriresti bollito senza nemmeno accorgertene. C’erano notizie sui giornali, certi giornali, cadaveri dentro rogge o nei boschi, percossi a morte o mutilati, manomessi, così si diceva, ma si trattava di altre donne, e gli uomini che commettevano simili cose erano altri uomini. Non erano gli uomini che conoscevamo. Le storie dei giornali erano come sogni per noi, brutti sogni sognati da altri.
Uno Stato che nega i diritti fondamentali oggi, è la distopia di domani. Le Ancelle possono sembrare un’iperbole della discriminazione di genere ma in realtà non sono distanti da tante atrocità commesse ai danni delle donne nel corso della storia. Ecco perché “Il racconto dell’ancella” è così terrificante, sembra così reale. Senza contare che nella storia è rimarcata costantemente la discriminazione presente in tutti gli stati del mondo in ogni tempo ovvero quella economica. La Repubblica di Gilead è classista come molte democrazie reali. Alcune mogli dei capi militari probabilmente non sono ancelle solo per il loro status. La storia è sempre la stessa. “Ci sono maiali più uguali degli altri”.
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Don’t let the bastards grind you down”

Dovremmo essere tutti femministi

“Il racconto dell’ancella” è costantemente associato al femminismo. Non solo perché chiaramente rappresenta una riflessione metodica del sessismo e le sue conseguenze ma anche perché del femminismo fa una lucida analisi critica.
Il perno concettuale è senz’altro la discordia tra le donne. Questa amara asserzione è ben confermata dalla struttura di potere che regge la Repubblica di Gilead.
Sebbene siano dei militari a capo del governo, sono delle donne che apparentemente non detengono cariche politiche (e quindi di controllo e coercizione) le più spietate. Tutta l’esperienza di June ci insegna che sono le donne quelle da temere. La stessa organizzazione che si occupa dell’addestramento e del mantenimento delle Ancelle è retta dalla casta delle Zie, rappresentate come delle crudeli fanatiche che si occupano del loro indottrinamento e rieducazione (paragonabile solo alla cura Lodovico di Arancia Meccanica). Anche quando le Ancelle vengono trasferite alla casa del comandante loro assegnato, si ripetono le stesse dinamiche feroci. Al posto delle Zie, ci sono le Mogli, doppiamente nemiche: non solo hanno uno status sociale diverso ma si trovano costrette a condividere il marito. Questo dà il via a una serie di violenze verbali e giochi psicologici perversi. Serena Joy, la moglie del capitano Waterford a cui è assegnata la nostra protagonista, per punire l’ancella della sua condotta poco diligente e remissiva lascia la porta della stanza in cui è prigioniera socchiusa, nonostante le sia stato proibito in maniera categorica di uscire. Un costante rimando a chi è che comanda all’interno della casa.
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“Everybody breaks everybody”
L’intero sistema ha una natura indubbiamente matriarcale. Il che ci fa capire due cose. La prima è che questo regime è stato imposto appannaggio degli uomini ma sono le donne che permettono di perpetuarlo. La seconda è che viene quasi automatico chiedersi costantemente che cosa succederebbe se al posto di essere divise, le donne si unissero e tutte insieme collaborassero a una rivolta. Non è un caso che i momenti più emozionanti della serie tv sono le scene che mostrano la solidarietà femminile: come quando ciascuna ancella poggia sul letto di June (che è stata brutalmente percossa per punire un suo tentativo di fuga) pezzi di cibo di cui si sono private per donarle alla compagna in difficoltà; oppure il ben più toccante gesto di ribellione delle ancelle contro la lapidazione di una delle compagne. Il romanzo sotto questo aspetto non ha la stessa forza drammatica. Si tenterà più avanti di spiegare il perché.
Non mancano all’interno della storia altri riferimenti al femminismo storico, o meglio, pesanti critiche a quelle correnti femministe che si sono sempre mostrate molto aggressive e polemiche nei confronti degli stili di vita di altre donne: basti pensare alle crociate contro la pornografia o la demonizzazione del make-up e della depilazione (visti come strumenti coercitivi al servizio del solo piacere maschile). La Atwood prende le distanze, sottolineando come qualsiasi limitazione nella libertà e qualsiasi tentativo di reprimere e censurare anche gli aspetti più frivoli della sfera del femminile non portino a nulla di buono. June – a cui è stata negata ogni forma di cosmesi e cura del proprio corpo – è costretta a rubacchiare dalla sua colazione pezzetti di burro per idratare la sua pelle. Può sembrare un gesto di trasgressione inutile ma, al contrario, è un piccolo atto di rivendicazione personale. La aiuta a conservare quel briciolo di autostima e amore di sé che le sono rimasti.
La storia è quindi stratificata e gli elementi teologici (il caro vecchio sessismo biblico) non esauriscono ulteriori livelli di interpretazione. Il femminismo all’interno de “Il racconto dell’ancella” non è una semplice formula magica, riassumibile in una frase slogan, stampabile su delle t-shirt facilmente rivendibili.
La complessità della riflessione è racchiusa nell’emblematica figura di Serena Joy. La moglie del comandante prima della Repubblica di Gilead è stata una televangelista. Una donna credente che però si era ritagliata una certa influenza grazie alla sua professione. Una donna colta, attiva, indipendente. Sembra paradossale quindi il fatto che lei sia finita per appoggiare un regime che vieta alle donne di leggere e scrivere (lei ha scritto anche dei libri!). Eppure non è così strano se pensiamo a lei come a una rappresentante di quello che potremmo chiamare il “femminismo domestico”, molto vicino alla religione cristiana. Il femminismo domestico crede fortemente nel destino biologico delle donne e vede la loro realizzazione personale principalmente nel ruolo di madri, di mogli e in generale di “custodi”, di accudenti. Non si nega quindi la forza delle donne ma si dà ovviamente una prospettiva completamente distorta della libertà e della femminilità (chi non possiede le caratteristiche di solito associate al materno, non è una donna? No, infatti nella Repubblica di Gilead esiste una casta di reiette, definite appunto non-donne). Se pensate che tutto questo sia folle e frutto di tempi antichi, vi basti pensare che Costanza Miriano, una rappresentate vera, viva e vegeta, di questo movimento ha intitolato uno dei suoi libri di propaganda “Sposati e sii sottomessa”.
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Nella serie tv, inoltre, il personaggio di Serena Joy viene notevolmente arricchito: è insieme al marito un’attivista politica dei fratelli di Giacobbe, dà un contributo notevole al programma strategico del comandante,  è visibilmente scontenta della sua progressiva emarginazione come donna ma allo stesso tempo non può rinunciare alla sua posizione di comodo per ottenere quello che vuole: un bambino. D’altronde questo è quello in cui lei crede: diventare madre è l’unico modo per essere completa e felice. Questa ideologia di cui lei è vittima e carnefice la rende talmente egoista da diventare una delle personalità più crudeli della storia.
Sebbene ne “Il racconto dell’ancella” non ci si faccia scrupoli a tinteggiare caratteri femminili foschi e aridi, questo non rende i caratteri maschili meno meschini. Di certo nessuno degli uomini è al centro della narrazione, i loro personaggi gravitano pigramente nell’orbita di storyline in gran parte gestite da donne. Eppure questo non li rende meno colpevoli. Prendiamo il Capitano Waterford, ad esempio. Apparentemente la sua è una mentalità più aperta rispetto a quella puritana (che lui dovrebbe impersonare in quanto rappresentante della teocrazia). Di certo June lo teme meno della moglie (ciò tuttavia non lo rende innocuo) e per certi aspetti è in grado di rendere la sua vita più piacevole: la invita a giocare a Scarabeo (un gioco da tavolo proibito), le procura riviste di moda (anch’esse proibite), le dà degli assaggi di una libertà passata. Ma naturalmente lui la sta solo usando, per lui è un giocattolo. I ninnoli con cui la attira sono solo catene con cui tenerla aggiogata a lui. Fondamentalmente è un ipocrita, infelice della sua vita priva di deviazioni, di svago, di divertimento. La Repubblica di Gilead è un posto noioso e freddo come una Chiesa. Gli uomini di potere hanno costruito una teocrazia estrema in cui hanno tutti i privilegi ma ovviamente non possono essere felici perché devono reprimere i loro veri desideri (ecco perché esistono comunque il mercato nero e i bordelli). Inoltre la maggior parte di loro è sterile, anche se è proibito dirlo perché la colpa, ovviamente, grava sulle donne.

Scontro titanico: libro o serie tv?

Ritornando alle differenze tra libro e serie tv a cui si è accennato, occorre fare delle precisazioni.

L’adattamento televisivo è abbastanza fedele allo spirito del romanzo ma anche all’intreccio, se escludiamo qualche ragionevole modifica di percorso. Più che togliere o modificare i dettagli della trama (operazione a cui siamo di solito abituati quando si tratta di adattamenti), la serie di Hulu aggiunge. Ci sono più storyline, un maggiore approfondimento dei personaggi secondari (qualcuno ha detto Ofglen?), c’è più coralità, una prospettiva più ampia sul contesto. Ci sarà persino una seconda stagione che sarà completamente inedita visto che il finale dell’ultimo episodio coincide con la conclusione del libro.

Shut Eye

Il romanzo della Atwood ha qualcosa di profondamente diverso rispetto alla serie. Questo non lo rende necessariamente peggiore o migliore, semplicemente i due medium divergono. Il libro è per certi aspetti una lettura faticosa, asfittica. È costruito in maniera tale che la voce della protagonista rimbombi ovunque. Siamo soli con lei, una donna vessata, in balia delle sue memorie, vicine a un flusso di coscienza ininterrotto. La sua mente, con cui diventiamo subito intimi, si sofferma spesso su dettagli ambientali che diventano macroscopici, ci sono moltissime descrizioni che rallentano la narrazione, ne dilatano il tempo. Essere un’ancella significa in primo luogo fare i conti con il tedio e successivamente tentare di restare lucidi nonostante una solitudine glaciale. Ci si aspetterebbe un ritmo più concitato da un distopico ma quello della Atwood è un ibrido. È un libro straniante, che sembra voler mettere una distanza tra ciò che racconta e il lettore. La stessa forma (una sorta di diario) suggerisce una riflessione fatta a posteriori, un racconto da remoto.

Non è una storia che sto raccontando.
È anche una storia che ripeto nella mia testa.
Non la scrivo perché non ho nulla con cui scrivere e lo scrivere è comunque proibito. Ma se è una storia, anche solo nella mia testa, dovrò pur raccontarla a qualcuno. Non racconti una storia solo a te stesso. C’è sempre qualcun altro.
Anche quando non c’è nessuno.
Una storia è come una lettera.

Il finale del libro ci porta in un futuro prossimo in cui vengono effettivamente ritrovate le memorie di June di cui però non vengono rivelate le sorti. La sua esistenza si è polverizzata, dispersa nella Storia, annientata come quella della maggioranza degli oppressi. Per queste e altre ragioni, l’epilogo – il momento in cui libro e film divergono di più – è probabilmente l’apice della narrazione spietata della Atwood, ne trovate un commento approfondito qui. 

Il romanzo è spesso enigmatico, riesce a essere un racconto intimista eppure non ti coinvolge appieno, spesso si sente il peso dell’allegoria politica. È un testo a metà strada tra fiction e non fiction. Per certi aspetti potremmo leggere “Il racconto dell’ancella” come un saggio, uno studio che analizza la condizione della donna nel corso della Storia. A rafforzare questa convinzione interviene il fatto che la maggior parte delle atrocità che la Atwood ha narrato si sono storicamente verificate; ecco che questo testo camaleontico si trasforma anche in una sorta di memorandum di tutti i crimini discriminatori avvenuti nel mondo.

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La serie tv invece è perfetta sotto il profilo drammatico. Tutto questo è possibile perché la prospettiva non è esclusiva. Non siamo solo nella mente della protagonista ma la sceneggiatura segue le mosse di un narratore onnisciente che va oltre Offred. Di questo cambiamento non ne soffre la stessa June che anzi, è un personaggio più vivo, più vulnerabile, anche grazie all’interpretazione di Elizabeth Moss e il suo sguardo disperato. Sviluppiamo da subito una maggior empatia, persino con i caratteri più difficili come quello di Serena Joy (di cui apprendiamo tramite flashback un passato che ci aiuta a conoscerla meglio). Il ritmo della serie è più incalzante, più sfrontato e il tono è meno cupo. Si gioisce genuinamente per momenti di grande bellezza e speranza, sentimenti che nel libro raramente si percepiscono. Come già sottolineato, questo non rende il libro meno piacevole ma più profondo e la serie più godibile ma meno complessa. Anzi.

Il punto è che raramente si riesce a trovare una storia che riesca ad adattarsi con tale grazia a due medium diversi, diventando così un unica narrazione complementare. La serie tv è riuscita a cogliere tutto l’acume presente nel lavoro mastodontico della Atwood e ne ha rilanciato e riattualizzato i temi, rendendo ancora più lustro un testo che era già un classico.

Atmosphere, SXSW Festival, Austin, USA - 13 Mar 2017

Curiosità: Handmaid’s Tale: The Strange History of “Nolite te Bastardes Carborundorum”

 

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1 thought on “Nolite te bastardes carborundorum, bitches!”

  1. Sinceramente mi hai dato un’altra chiave di lettura. Avevo dato quasi per scontato, sbagliando, che in effetti la Atwood fa un’analisi critica del ruolo della donna nel corso dei secoli. Quindi grazie!

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