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5 serie tv che adoravo (sbagliando?)

È stata grande l’indecisione sul titolo da dare a questo post: “cinque serie tv che sono andate in malora dopo la terza stagione”, “cinque serie tv che credevi fossero belle prima di conoscere Breaking Bad” e infine il più diplomatico – verso il quale poi si è optato – “5 serie tv che adoravo (sbagliando?)”. Nonostante siano tutti abbastanza esplicativi, una piccola precisazione è d’obbligo: questo non è un elenco delle serie che seguivo da piccola. Mancherebbero all’appello pietre miliari come Lost, Buffy, X-files e molte altre che riuscivo a spizzicare nonostante la singhiozzante programmazione televisiva italiana. L’unica maratona possibile all’epoca era la gara di imprecazioni creative per il cambio di orario e/o giorno di messa in onda degli episodi.

Il tentativo che ho voluto fare qui è spiegare con quale sguardo mi rivolgevo agli show americani del piccolo schermo (ovvero con tutta una serie di ingenuità e falsi miti ma anche con una fondata ammirazione e una genuina curiosità verso qualcosa che percepivo come diverso e audace).  Al contempo cercherò di tracciare un disegno che illustri come la serialità televisiva si sia evoluta nel corso degli anni.

Da molti mesi ormai sono abbonata a Netflix. Devo essere onesta con voi: apprezzo molto di più la modalità di fruizione rispetto al catalogo della piattaforma. Il servizio che offre Netflix è una coccola per lo spettatore: la totale mancanza di pubblicità, l’alta qualità video e audio, la possibilità di guardare i contenuti in lingua originale, l’autoplay che permette di passare da una puntata all’altra senza interruzioni. Le nottate insonni, trascorse a guardare tanti episodi quanti il nostro corpo è in grado di sopportare, sono diventate infinitamente più confortevoli.

Eppure il catalogo – per quanto vasto – al momento non è in grado di appagarmi del tutto. Acquisire diritti per film e show televisivi è molto costoso (chiedete a Sky). Costruire un’offerta di qualità e allo stesso tempo ampia non è facile. Il fatto che Netflix stia producendo innumerevoli serie originali è chiaramente una strategia volta a risolvere il problema: “i diritti di Spongebob scadono tra due mesi, cosa diamo in pasto agli abbonati adesso?”.

Mi sembra che il colosso californiano dell’on demand al momento sia più impegnato a caricare quanti più contenuti possibili sulla sua piattaforma piuttosto che fare una selezione all’ingresso che segua dei criteri estetici stringenti e che dia un’identità forte al brand. Per intenderci: Netflix al momento è un minestrone di 18 verdure, non tutte stagionali.

Ecco perché spesso quando sono dilaniata da un’indecisione schopenhaueriana (da un lato non ci sono titoli veramente ghiotti da convincermi immediatamente a guardare; dall’altro ci sono una miriade di serie per cui nutro una tiepida curiosità ma impiego un’ora solamente a sfogliarle tutte) decido di riguardare contenuti che già conosco. Un bel tuffo consolatorio nel passato. Il web non è forse il regno della nostalgia?

Allora ecco l’elenco dei guilty pleasure che mi hanno fatto compagnia per tutta l’adolescenza e che ripesco volentieri dal dimenticatoio ogni volta che voglio farmi rincuorare dalla tv americana facile e seducente.

1. Supernatural

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I fratelli Winchester occupavano la seconda serata delle notti estive di Rai Due, subito dopo Lost (e chi andava a dormire dopo Lost?). Chi l’avrebbe mai detto che sarebbe arrivato alla tredicesima stagione? Riuscirà a battere la longevità dei medical drama soap operistici come Grey’s Anatomy o il leggendario E.R.? Naturalmente io sono arrivata solo fino a un certo punto ovvero alla settima stagione (ma voi potete pure interrompervi alla quinta che rappresenta il climax emotivo della serie), dopodiché lo considero accanimento terapeutico.

Ma come descrivere Supernatural?

Un chiaro rimasticamento di Buffy, X-files e i melodrammi della CW (all’epoca il canale teen si chiamava in un altro modo ma non ricordo; mi consola perché significa che non sono tanto vecchia). Una coppia di fratelli, con una famiglia molto problematica, si mette a dare la caccia alle creature soprannaturali che terrorizzano gli Stati Uniti a bordo di una magnifica Impala.

Quello che ho sempre apprezzato di Supernatural è l’immaginario. Sebbene non sia particolarmente originale – si tratta di un horror abbastanza edulcorato, una classica narrazione notturna on the road – l’estetica della serie è solida e coerente. Una narrazione di genere (anzi, multigenere) che non avevo mai visto in Italia, in cui il genere – eccetto il poliziesco nelle sue infinite varianti – è sempre stato snobbato.

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La colonna sonora è quella delle migliori canzoni del rock americano, l’abbigliamento quello casual dei peggiori mall americani, la provincia è sempre uguale in qualsiasi regione sperduta degli Stati Uniti. A compensare questi dettagli posticci, c’è la mitologia di Supernatural che si stratifica lentamente nel corso delle stagioni (un po’ come x-files), ricca di mostri, armi, leggende, magie, creature di ogni risma.

Supernatural si giostra agilmente tra ironia e dramma, azione e narrazione familiare. In ballo ovviamente ci sono le emozioni facili (paura, lutto, legami fraterni) ma non è mai troppo scontato. La serie si regge su dinamiche di base che cambiano poco, l’unica cosa che muta è “il livello” di difficoltà che i fratelli si trovano ad affrontare. L’asticella si alza sempre di più per ogni stagione, come in un videogame, il mostro finale da affrontare diventa sempre più grosso. Personalmente, però, non mi sono mai annoiata.

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Ostacoli:

  • Recitazione un po’ monocorde (sopracciglia aggrottate e lacrimoni)
  • Qualche spiegone di troppo

Ricompensa:

  • Divertimento genuino
  • Battute memorabili
  • I protagonisti sono discretamente appetibili

2. Prison Break

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Poche settimane fa si è tenuto il Comic Con di San Diego (per chi è come me un appassionato di serialità televisiva pop rappresenta La Mecca) in cui sono stati presentati come d’occasione i nuovi trailer per la stagione televisiva autunnale. Non credo sia un’esagerazione affermare che siamo circondati dai fottuti supereroi (in fasce o già ben pasciuti poco importa). Non hanno solo colonizzato il cinema ma anche la tv, rassegnamoci.

Alla luce della situazione presente del piccolo schermo, è impossibile non notare l’enorme appeal che una serie tv come Prison Break (2005-2009) ha avuto fin dai suoi albori, dovuto in gran parte alla sua originalità. La storia non è soltanto quella di un’evasione, come fa facilmente intuire il titolo. è la storia di come si organizza un’evasione di gruppo da un carcere di massima sicurezza in un modo impeccabile e anche con una certa dose di stile. Ammettiamolo: il grande merito di Prison è stato sicuramente prendere come protagonista – before it was cool – un sapiosessuale come Michael Scofield. Lo stigma “l’intelligenza è sexy” – successivamente sdoganato da show come Sherlock – è stato inaugurato dalla Fox nel 2005. Certo, il protagonista bono oltre ogni aspettativa ha dato una spintarella in questa direzione.

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Ostacoli:

  • a volte Michael è troppo bello per garantire una visione lucida degli episodi
  • il suo ruolo da martire può stancare
  • il complottismo becero

Ricompensa:

  • tensione ai massimi livelli
  • un gran bel thriller

Precisazioni: già dalla seconda stagione tutto l’impianto narrativo ha cominciato a scricchiolare ma ha retto quasi dignitosamente almeno fino alla terza. Dopodiché tra morti che resuscitano, killer redenti, complotti e scie chimiche possiamo legittimamente dichiarare la morte cerebrale degli sceneggiatori. Ma che vi devo dire, me lo sono vista tutto fino alla fine, compreso il revival di quest’anno che si può benissimo liquidare così: una delirante scempiaggine.

Le ultime tre serie dell’elenco possono essere annoverate in un unico genere madre: il glorioso teen drama (che tante gioie mi ha regalato) ovvero le narrazioni con protagonisti adolescenti (che derivano da un’altrettanto gloriosa tradizione di film per la tv come Stand by me e molti altri). Manco a dirlo in Italia non è mai esistito qualcosa del genere (no, “Gli intoccabili” non conta). Ci hanno sempre sciorinato i ragazzini di Un medico in famiglia e I cesaroni, tutti quadri moralisti, buonisti e insulsi. I ragazzini dei teen drama invece sono parecchio diversi.

3. Gossip Girl

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Adolescenti ricchissimi di New York che vengono bullizzati da un anonimo giustiziere che spiffera al mondo (il loro quartiere altolocato) i loro segreti. Quello di GG è un mondo affascinante e allo stesso tempo ridicolo, l’ostentazione del lusso sfrenato di questi rampolli cresciuti nella bambagia è sempre accompagnato da una piacevolissima satira sociale (che non è mai troppo feroce ma nemmeno innocua).  La sceneggiatura infatti è tanto cattiva quanto divertente e oltre ai diktat scolastici sui leggins (viene severamente punito chi li indossa come pantaloni a scuola) i nostri protagonisti subiscono anche una quantità abnorme di sfighe sentimentali e familiari.

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Insomma, GG è un solluchero per lo spettatore. Certo anche questo è appassito in fretta diventando solo una soap opera con la melma e la melassa a fare da collante. Eppure, lo ricordo ancora come uno degli show più intriganti della mia adolescenza, ricco di scene madri e battute memorabili. Ma soprattutto ha il merito di aver lanciato quella dea di Blake Lively.

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Ostacoli:

  • Jenny Humphrey
  • la storia è un cane che si morde la coda

Ricompensa:

  • repertorio valido per la vita di insulti, vendette e stoccate da scagliare contro i nemici
  • guardaroba meraviglioso
  • Chuck Bass che ripete una quantità esorbitante di volte: giphy (1).gif

4. One Tree Hill

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The O.C. è stato il Dawson’s Creek della mia generazione, lo sappiamo. Ma mentre tutti guardavano Italia Uno io ero su Rai Due (più per errore che per scelta, lo ammetto). Lì trasmettevano One Tree Hill, un teen drama che aveva al centro il basket, la musica e i drammi familiari di una cittadina di provincia. Qui niente ville di lusso con vista mare né psicodrammi esagerati. Soltanto un pugno di ragazzi più o meno normali con problemi veri. Una narrazione corale molto solida. Certo, con i suoi difetti (è pur sempre un guilty pleasure) ma ha indubbiamente qualcosa da dire. Sicuramente più di tutti i teen drama in giro al momento (è rimasto qualcosa da guardare a parte Riverdale? Con l’arrivo dei supereroi pare si sia chiusa un’era).

Per concludere: uno show onesto per i bravi ragazzi ma senza essere Settimo Cielo. C’è pur sempre Brooke Davis. Anche questo diventa discretamente penoso dalla quarta stagione in poi.

Ostacoli:

  • un po’ stucchevole
  • le sopracciglia di Lucas e le sue continue lamentazioni (e indecisioni amorose)

Ricompense:

  • Nathan Scott
  • Haley James
  • Brooke Davis
  • I ricci di Peyton
  • Jake (non ricordo il suo cognome)

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5. The Vampire Diaries

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Come Supernatural, The Vampire Diaries è una storia di genere lanciata in un momento in cui il paranormale riusciva ad avere ancora una presa forte sul pubblico, erano anni in cui si sentiva ancora la calamita del grande successo di Twilight. Adesso le narrazioni destinate ai giovani adulti si sono orientate sul filone più realistico delle malattie sia quelle fisiche (vd. john green ed epigoni) sia mentali (13 reasons why).

Come per Supernatural, anche di TVD mi è sempre piaciuta l’estetica. Pur essendo una narrazione romantica e chiaramente destinata alle adolescenti, riesce ad essere godibilissima e a tenere in piedi la baracca con antagonisti ben costruiti (I Mikaelson) e creature soprannaturali accattivanti (non ci sono solo i vampiri!). Anche questo ha un numero di personaggi impressionante che si spartiscono le vicende sentimentali che ho sempre trovato tutto sommato molto gradevoli da seguire. Lo dico fuori dai denti: The Vampire Diaries non è nemmeno scritto male e soffre molto del pregiudizio “twilightiano”. Ca va sans dire, diventa completamente inguardabile dopo la terza stagione. A quanto pare è una legge.

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Ostacoli:

  • personaggi secondari inutili ma di cui è impossibile liberarsi (vd. Jeremy, Matt, Tyler ecc..)
  • Damon Salvatore è una croce

Ricompense:

  • Stefan Salvatore
  • gestione dell’elemento soprannaturale ottimo
  • Caroline
  • Klaus, il suo accento, la sua voce, il suo corpo

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Finisce qui l’elenco delle serie tv che adoravo senza riserve nel mio passato (presente e futuro) da spettatrice compulsiva di telefilm. Fatemi sapere quali sono i vostri guilty pleasure.

P.S. In questo elenco manca Desperate Housewives ma poi mi sono ricordata che non è affatto un guilty pleasure ma uno show di satira magnifico e scritto divinamente.

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5 thoughts on “5 serie tv che adoravo (sbagliando?)”

  1. Vuoi per età, vuoi per biologia, direi che abbiamo guilty pleasures decisamente differenti (a parte forse Supernatural -e per motivi speculari che comprenderai Desperate Housewives- ma essendo poco attratto dalla evidente appetibilità dei due protagonisti ne sopporto meno i difetti)

    Non solo per motivi biologici mi riguardo spesso Medium e Ghost Whisperer quando ci casco su Rai4: da bravo ateaccio materialista sono attratto dalle serie “de fantasmi” (più o meno per la stesso contrappasso per cui da bambino proletario adoravo giocare a Monopoli e da obiettore pacifista a Risiko)
    E benché tifoso più di Batman che di Superman,ho ancora un certo “penchant” per Smallville (pur schifando quasi tutte le altre serie tratte da Supereroi DC)

    p.s. sull’aggettivo “schopenaueriana” è scattato l’applauso

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  2. Mi è parso di notare Damon Salvatore nell’elenco sbagliato! A parte questo dettaglio e togliendo One Tree Hill (io stavo su Italia 1 a guardare The O. C.) direi che abbiamo gli stessi guilty pleasure. Aggiungo solo Scrubs, risate assicurate anche nei momenti di peggior sconforto.

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  3. Tra i miei guilty pleasures annovero sicuramente quella perla trash di Pretty Little Liars (dico solo: maiali nel bagagliaio), poi aggiungerei Grey’s Anatomy (so che è super amata e super idolatrata, ma a mio modesto parere è solo una soap in salsa medica con più budget rispetto a quelle sudamericane) e Law and Order (non so sinceramente se si possa definire brutta come serie, é solo figlia degli anni ’90).

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  4. Serie che guardo con ardore ad intermittenza e di cui mi vergogno pure (escludo i tre capisaldi Buffy, X-files e Friends):

    Anni ’90issimi

    Beverly Hills – team Kelly Taylor tutta la vita! Sopravvive a disturbi alimentari, impasticcamenti, genitori inesistenti, tentativi di sturo e rapimenti, sparatorie e amnesie con una classe caso clinico. E diviene la protagonista del telefilm scippando il posto a quella poraccia di Brenda. Un’eroina.

    Ally McBeal – le prime stagioni solo, poi diviene iper deprimente e claustrofobico: le puntate dove Ally si immagina cartone animato con un martello gigante che spacca tutto, per intenderci.

    My so called life – non è mai stata importato in Italia, che io sappia, e venne cancellata dopo una sola stagione perché ritenuta troppo cruda e realistica rispetto alla concorrente e ben più rasserenante Beverly Hills. Per capirsi, non c’erano mai i twist con happy ending moraleggiante a fine puntata. Solo i costumi del telefilm meritano un museo a parte. Bonus protagonisti: Claire Denise e Jared Leto (!!!).

    (Serie recenti)
    Nashville – country business d’alto livello. Capelli cotonati, lustrini, paillettes e plateau mescolati in tante sfighe. La rivalità Rayna e Juliette è ipnotica. Le ultime due stagioni sono così brutte a farmi stringere il cuore. E l’aggiunta di Summer di OC al cast non so se basterà a rimettere in vita la serie (già cancellata e resuscitata su nuovo emittente).

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