Miscellanea

Il diritto inalienabile di vestirsi male

Ogni estate – dall’alba dei tempi, ben prima dell’arrivo delle piazze grandi dei social – veniamo travolti da una grande ondata di lamentele su come si veste male la gente, sulla totale mancanza di pubblica decenza, sull’assenza di decoro delle ragazze che hanno l’ardire di mostrare gambe butterate dalla cellulite e per carità di Dio, non vi azzardate a scoprire quei piedi, rivoltanti appendici deformi che non rispettano alcuna regola estetica!

La buoncostume – o almeno chi si sente investito da questa carica – diffonde continuamente diktat e codici di comportamento sul corretto utilizzo dell’abbigliamento, specialmente femminile (e ci mancherebbe) e compila – aggiornandole ciclicamente – liste di proscrizione contro i capi che sono stati etichettati come “orrori contro l’estetica perfetta” (cioè la loro) o, per usare un gergo molto in voga, “cessate”. A turno vengono messe alla gogna le povere ballerine (scarpe che hanno la nomea di “repellente per i maschi”), i chiodi colorati, le calze color carne e via discorrendo.

Sono discussioni frivole e vanesie a cui nessuno in un contesto goliardico e con la giusta dose d’ironia, si è mai rifiutato di partecipare declamando la sua personale stoccata contro il cattivo gusto di certe mise. I social hanno semplicemente enfatizzato ancor di più questo genere di dibattiti. Da quando cioè tutti abbiamo un megafono in miniatura tra le mani, ci sentiamo in dovere di schierarci, di prendere una posizione, soprattutto per le cose più sceme, quelle su cui è facile esprimere un pensierino salace, magari mettendoci anche un po’ di meschinità che rende tutto meno politically correct. Tranne per il fatto che i pareri controversi non vengono da Indro Montanelli e non hanno per oggetto le sorti dell’Italia ma sono spesso chiacchiere vuote.

Street Style-Copenhagen-Fashion Week-Trendsetters-Moda-Tendencias-5 (1)

Tuttavia in mezzo al cicaleccio è possibile distinguere una nota particolare. Tra gli sfottò ai danni di chi si macchia della grave colpa di apprezzare un braccialetto Pandora, non è tanto l’oggetto del contendere il problema. Perché sì, è legittimo non apprezzare le Hogan. A far riflettere è il bisogno continuativo di dire ciò che non piace, spesso in maniera disgustata, ponendoci dogmaticamente al di sopra di chi invece lo apprezza, in un atteggiamento paternalistico che non prende di mira – appunto – l’oggetto in sé ma chi lo usa. Non è snobismo – che coincide con l’ostentata indifferenza – no, è peggio.

Questo disprezzo è semplicemente conformismo. La manifestazione continuativa del cattivo gusto degli altri non fa che accrescere la nostra auto-espressa e auto-celebrata appartenenza al gruppo “giusto”, al gruppo dal gusto migliore. Quindi da un lato c’è un gruppo di “cesse” con gusti orrendi che si appropria delle mode commerciali (si legge basse) del momento. Dall’altra un secondo gruppo di persone che si dissociano dai gusti del primo gruppo, appropriandosi di oggetti diversi che le connotano, “distinguendole” dal primo gruppo. Poi quando gli oggetti “raffinati” entrano nel circuito delle “cesse” – è inevitabile, la moda gira – il secondo gruppo auto-rinnega gli oggetti un tempo adorati e ne trova di altri, sempre per differenziarsi dal gruppo del “cattivo gusto” e il ciclo ricomincia. Ci sono infiniti gironi di questo inferno e, ahinoi, i gruppi che si contendono il monopolio del gusto sono ben più di due.

Un gruppo sociale adotta un copricapo a forma di uccello

Da questa rete a maglie strettissime non sfugge nessuno, la tensione tra uniformità e differenziazione è un meccanismo schiacciante alla base di molti processi sociali tra cui la moda. Se volete approfondire, Georg Simmel l’ha analizzato meglio di chiunque ne “La moda” , un saggio breve che non smette mai di essere attuale.

La moda significa da un lato coesione di quanti si trovano allo stesso livello sociale, dall’altra chiusura di questo gruppo nei confronti dei gradi sociali inferiori e loro caratterizzazione mediante la non appartenenza ad esso (…) A volte sono di moda cose così brutte e sgradevoli che sembra che la moda voglia dimostrare il suo potere facendoci portare quanto c’è di più detestabile; proprio la casualità con la quale una volta impone l’utile, un’altra l’assurdo, una terza ciò che è del tutto indifferente dal punto di vista pratico e da quello estetico, dimostra la sua completa noncuranza delle norme oggettive della vita e rinvia ad altre motivazioni, cioè a quelle tipicamente sociali che sole rimangono.

Quest’ultimo passaggio mi ha sempre colpito. Quante volte avete sentito dire che le sneaker che si trovano ai piedi di tutti sono brutte? Sono brutte secondo i nostri canoni estetici, certo. Che però non sono mai del tutto nostri. Sono culturali. Sono il prodotto di pressioni sociali.

La formazione dei gusti è una questione di classe, di reddito, di istruzione, di background familiare. Il giudizio estetico non è mai disinteressato, assoluto, puro, astratto. Bourdieu – ne “La distinzione. Critica sociale del gusto” – parla in questo senso di habitus: un insieme di schemi percettivi, di pensiero e di azione acquisiti in maniera duratura e generati dalle condizioni oggettive della propria classe di appartenenza. Ci insegnano che se siamo colti, devono piacerci certe cose. Se siamo ricchi, altre. Se siamo poveri, altre ancora e così via. Certo l’habitus non è un destino da cui è impossibile sfuggire ma è stupefacente quanto questo sistema sia spietato nell’uniformare i gusti dei gruppi sociali. Senza mezzi termini, per Bourdieu il gusto è “un’arma sociale” usata per mantenere l’ordine della cultura dominante.

Può sembrare strano o antiquato parlare nel 2017 ancora di classi e culture visto che si parla sempre di più di post-capitalismo e la globalizzazione e le migrazioni stanno smarginando i confini delle nazioni? Assolutamente no. Benché cambino le dinamiche economiche (o meglio, cambino aspetto, visto che il capitalismo sta conoscendo oggi un periodo di nuova fioritura grazie al successo dei colossi digitali della Silicon Valley), la natura umana e la società nel suo complesso rispondono ancora alle stesse logiche.

Non so quanta voglia vi sia rimasta per l’altrui dileggio quando sapete di stare perpetuando lo stesso gioco, la stessa trappola.

Tutte le nostre classificazioni mentali, tutte le etichette che ci divertiamo tanto ad appiccicare dovrebbero essere sottoposte a una revisione radicale. E invece sempre più spesso quello che domina è un atteggiamento arrogante che lascia trasparire un’intolleranza tossica verso chi non si adegua a certi standard. L’astio che si prova nei confronti della diversità (sì, anche della bruttezza) ricorda un’inquietante mentalità ritratta perfettamente in certi romanzi distopici in cui si auspica un’omologazione disciplinante dei costumi e dei corpi.

La cosa preoccupante è che spesso nemmeno la fashion police sa chi ha imposto loro certi modelli. è il pregiudizio inconsapevole che dobbiamo disvelare, capire quanto introiettiamo della realtà sociale nei nostri pensieri prima di esprimerli. O magari semplicemente avere il coraggio di mettere in discussione le nostre opinioni prima di ridicolizzare quelle altrui.

Approfondimenti:

Georg Simmel, “La moda”

Pierre Bourdieu, “La distinzione. Critica sociale del gusto”

 

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9 thoughts on “Il diritto inalienabile di vestirsi male”

  1. Secondo me c’è una differenza grossa tra indossare un capo che ad altri non piace (ad esempio le ballerine) ed indossare un capo che non ci sta bene(o che non starebbe bene a nessuno) ad esempio i leggings semitrasparenti con mutande di un colore a contrasto

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    1. Ma il punto è: perché ti disturba così tanto? Saranno problemi di quella persona? Ci possono essere mille motivi: a lei sta bene così, non aveva nient’altro da mettere, era di fretta e non si è accorta di che colore fossero le sue mutande ecc…Se stiamo parlando di un’occasione formale, allora è un conto. Ma se stiamo parlando della vita di tutti i giorni, mi pare che ci sia una specie di astio eccessivo e soprattutto un astio manifestato con troppo livore per essere “disinteressato”. A volte si dicono delle cose soltanto per far parte del coro e non perché realmente ci infastidiscono.

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      1. Io non vado a dire nulla ne alla persona in questione ne a nessuno, ma il pensiero ammetto di farlo, secondo me non è questione di evento formale o meno, è chiaro che se una persona mi si presenta vestita in maniera non consona ad esempio a un colloquio di lavoro io facendo un lavoro in cui conta l’apparenza fatico a dargli quel posto anche se magari è brava/o

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    2. In questo caso libertà assoluta tua, come ho detto chi non ha dato una stoccata o fatto una battutina su outfit particolarmente insoliti nella propria vita? Io nel post mi riferisco in maniera specifica a certi dibattiti e atteggiamenti ostentati sui social. Quindi un conformismo piuttosto fastidioso, a mio parere.

      Liked by 2 people

      1. No no, nei sociali non dico nulla, al massimo mi confido con il mio moroso (che è un perfezionista per queste cose) ma senza che gli altri mi sentano (che poi noto anche i pregi non solo i difetti)
        L’unica eccezione con il tuo ragionamento la farei per i personaggi famosi, loro è normale siano più al centro del attenzione però i commenti non devono mai diventare cattivi

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  2. in realtà sono le “cesse” a mettere alla gogna le ballerine non la buoncostume (come li hai chiamati tu). Capisco che non è il fulcro dell’articolo ma proprio perchè hai usato determinati termini (cessate) e argomenti (chiodi colorati) che sono stati lanciati da un determinato gruppetto di persone sui social non posso fare a meno di pensare a loro leggendo ed in quel caso il discorso non mi sembra pertinente. In generale si, lo trovo giusto e sono anche d’accordo ma ho l’impressione che tu abbia fatto gli esempi sbagliati

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    1. No, infatti il fulcro dell’articolo sta proprio nell’arbitrarietà di questi giudizi e proprio nel fatto che quale gruppo critica cosa non è importante perché appunto non è l’oggetto in sé che qualifica il discorso ma i toni sprezzanti. Anzi, una delle argomentazioni che cerco di portare avanti nel post è proprio la mancanza di consapevolezza nel non capire quanto i nostri giudizi abbiano poco fondamento (nella fattispecie: se sono o non sono le cesse a criticare le ballerine ha lo stesso valore) ma siano il prodotto del conformismo sociale.

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  3. Che uno sia liberissimo di vestirsi come gli pare è ovvio, che qualcuno che lo vede possa irritarsi è altrettanto ovvio.
    Personalmente non mi urtano i contrasti di colore, di stile o di materiale, ma mi capita di provare fastidio per chi indossa vestiti di due taglie più piccole di quella che dovrebbe avere (per un processo di immedesimazione) così come mi capita di provare fastidio quando vedo su Instagram foto di piatti riusciti male, bruciati o non curati nella composizione.
    In ogni caso mi tengo il mio fastidio, l’altra persona continua a vivere tranquillamente e amici come prima.

    P. s. sulla scia del saggio di Simmel che hai citato, Adolf Loos in Parole nel vuoto propone di vestirsi in modo da dare nell’occhio il meno possibile.

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