Miscellanea

Nipplegate

Una delle cose che ci piace fare di più sui social (e non solo) è commentare l’aspetto degli altri. Se non fosse quasi sempre una lotta a chi fa più lo stronzo (o più spesso, la stronza) sarebbe anche divertente. Immaginate di leggere i commenti di un utente con lo stesso talento di David Foster Wallace nel saper descrivere qualsiasi sfumatura: la giacca “rosa mestruo” e il colorito “verde frittata di zucchine” sono indimenticabili (per i più curiosi, vengono da qui).

Lasciando da parte la disgrazia per cui siamo patologicamente propensi a dare opinioni non richieste – specialmente sui corpi altrui – cerchiamo di capire se è possibile trarne una riflessione costruttiva, magari andando oltre alla solita ironia con cui ammantiamo quasi ogni argomento sul Web.

Recentemente è scoppiato un pandemonio – almeno relativamente alla stretta cerchia di persone che seguo io su Twitter, quindi, se portato su scala maggiore, magari ridimensioniamolo ad una bollicina in una bottiglia di Ferrarelle  – attorno ad un tema intramontabile: il capezzolo femminile. La discussione che ha generato il nipplegate s’incardinava su una domanda: i capezzoli ben visibili sotto le magliette sono socialmente accettabili (non posso credere che io lo stia scrivendo) o sono troppo volgari?

Possiamo articolare un ragionamento su due livelli:

  1. Perché è così importante far sapere al mondo che TU trovi i capezzoli al vento volgari?
  2. Perché pensi che siano volgari?

Per confondere le idee, partirei con il secondo livello (ché spiegarlo è più facile).

2. Del perché vedere un capezzolo non dovrebbe farti rizzare i peli sulla nuca 

Come dovremmo sapere tutti, il corpo delle donne è stato purtroppo a lungo oggetto di discussione pubblica e sottoposto a rigidi meccanismi di controllo. Sia che si parlasse di  sesso, di sport, di abbigliamento, il nostro corpo è stato spesso imbrigliato da costrizioni non volute.

In particolare ci sono delle parti del corpo femminile che sono stati sessualizzate fino a farli diventare dei tabù. Il caso del capezzolo è emblematico. Il seno è sempre stato da un lato simbolo di fertilità, il segno più evidente dell’essere madri; dall’altro oggetto del desiderio e quindi arma di seduzione (scusate per la spiacevole scelta lessicale ma voglio rendere bene l’idea di quali termini sono usati dai più per certi argomenti).

Tutto ciò ha comportato una vasta gamma di atteggiamenti schizofrenici che comprendono:

  • il culto dell’allattamento naturale (e l’ostracismo nei confronti di chi invece preferisce il latte artificiale)
  • il disgusto verso l’allattamento naturale (non so nemmeno come descrivere questa categoria, riassumiamola con: chi si lamenta delle madri che allattano in pubblico perché a loro fa schifo)
  • i mille complessi di chi ha poco seno perché non è abbastanza “donna”
  • i mille complessi di chi ha un seno abbondante perché troppo procace o semplicemente “troppo”
  • l’obbligo di coprirsi per “proteggere” il seno (salvo poi usare dei reggiseni che lo comprimono causando altri problemi)
  • l’obbligo di non mostrare mai mai e poi mai i capezzoli (a meno che non si voglia dare un’impressione sbagliata o volgare)

Il modo in cui la società si è posta nei confronti del seno riassume perfettamente il modo in cui ha cercato di vedere le donne: da un lato, le mogli perfette e le sante mamme; dall’altro le incontrollabili femme fatale. Questa categorizzazione è del tutto illogica naturalmente, non solo perché è discriminatoria ma proprio perché senza senso come il fatto di volere contemporaneamente la moglie pudica e l’amante sfrenata.

Liberarsi del reggiseno è stato uno dei gesti più efficaci e di rottura del femminismo. Non perché si volessero bruciare tutti i reggiseni del mondo o condannare chi li portava e li continua a portare (mi sembra stupido sottolinearlo ma non si sa mai) ma perché significava riprendere il controllo del proprio corpo. Affermare: il seno non è solo un pezzo di me che è possibile astrarre, da usare ora in maniera erotica ora per allattare un bambino. No, il seno è il mio corpo e lo gestisco io. Non è solo sesso e solo maternità.

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C’è anche poi la volontà di rompere un tabù. Perché dobbiamo nascondere una parte normalissima del corpo che gli uomini non hanno bisogno di coprire? Perché non si può normalizzare qualcosa che è stata a lungo considerata “immorale”, senza un motivo logico? La volgarità ha a che fare con l’etica, con una certa disposizione morale. Ora, spiegatemi quindi cosa c’entra con la scelta di non portare il reggiseno, visto spesso come una scomodità e un accessorio costrittivo (non per tutte).

Tra i commenti che ho letto a favore della pubblica decenza (che quindi auspicano l’intervento per le strade di una riformata santa inquisizione gentile nelle vesti di paffute signore giudicanti che fissano i capezzoli delle donne con sguardo torvo e scuotendo la testa) ritorna spesso l’argomentazione sul decoro e la nudità. Andare in giro senza reggiseno corrisponderebbe ad andare in giro nudi. Ora io non so se queste persone hanno ben presente il funzionamento dei capezzoli (è imbarazzante che lo debba spiegare io) ma non è che stanno esattamente dritti come chiodi tutto il giorno, talmente affilati da bucare i tessuti delle magliette che li coprono. Per la gran parte del tempo se ne stanno lì, ritirati, quieti, completamente innocui, spesso non si vedono neanche. Quindi direi che la svolta nudista è scongiurata. Consideriamo anche il fatto che la maggior parte delle donne continua a usare il reggiseno (perché un utile sostegno) quindi due capezzoli ogni tanto sul tram non possono che sorridervi.

C’è infine una preoccupante considerazione da fare. Spesso quello che giudichiamo volgare è il prodotto non delle nostre inclinazioni personali ma di retaggi culturali. Non voglio distruggere l’autostima di nessuno ma raramente i nostri giudizi estetici sono originali. La maggior parte delle volte sono frutto della cultura di appartenenza.

Ora, quando si discute delle idee sul corpo femminile – come ho detto prima, influenzate in maniera cruciale dalla religione, dalla cultura patriarcale, dal razzismo – è difficile non parlare di sessismo. E quando dico difficile intendo impossibile perché ci hanno inculcato degli schemi mentali sulla percezione della nostra immagine, in maniera così sottile e profonda, che è sempre complicato ricalibrare i nostri pensieri su un ideale più giusto e sano.

Anche quando pensate di esprimere solo un vostro gusto personale ed estetico – come ad esempio, “per me i capezzoli sono volgari” – in realtà dietro c’è un retroterra di pregiudizi. Nel caso della volgarità del corpo femminile, ad esempio, ci sarebbe da discutere all’infinito. Cosa c’è di volgare in una parte del corpo di una persona? Non sarà invece che ci hanno insegnato una cosa SBAGLIATA ovvero che il decoro ( il loro decoro) è più importante della libertà individuale di sentirsi a proprio agio con se stessi? Non sarà invece una convinzione dovuta alla sempiterna e smaccata associazione tra eleganza (sinonimo di compostezza, modestia, contegno) e femminilità?

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Ci hanno inculcato che l’eleganza è l’ideale da raggiungere per essere femminili, che sia il modo più giusto di essere donne. E quindi giudichiamo in maniera più grave una donna che riteniamo non corrisponda a quel canone. Perché crediamo sia una qualità intrinseca delle donne, un loro dovere, quello di essere sobrie, composte, decorose. Se un uomo è elegante lo si nota, se non lo è quasi mai. Almeno nell’abbigliamento. Se una donna va oltre la “norma” subito in croce. I capezzoli a quanto pare sono un elemento di stravaganza poco tollerabile.

Ancora una volta, il punto non è scegliere uno schieramento, mettersi o meno il reggiseno. Il punto è: le idee che abbiamo sul nostro corpo sono giuste anche per le altre donne? Sono eque? Sono frutto di pregiudizi?

Mettere in discussione i propri pensieri è alla base del confronto. E qui veniamo al primo dolente livello del mio ragionamento (quello che ho lasciato da parte perché più fumoso e complesso).

  1. Perché dover dire per forza qualcosa sui capezzoli degli altri se sai che non è una cosa carina? Ovvero perché l’oggetto di discussione sui social sono sempre le finestre rotte e non le scale a chiocciola in ferro battuto. 

Abbiamo appurato che spesso pensiamo delle cose non esattamente giustissime e carinissime sugli altri. E abbiamo anche appurato che spesso ne siamo inconsapevoli ed è anche colpa delle storture che ci circondano. Esempio facile: come quando declami a destra e a manca che  non sei razzista e poi ti tieni stretta la borsa se in metro ti si siede accanto un ragazzo straniero. Magari questi ragionamenti quando li pensiamo dentro la nostra testa, hanno pure senso. Poi però magari ti scappano ad una cena con gli amici e ti guardano tutti come se fossi un insetto caduto sulla loro insalata di riso. Magari fai pure una brutta figura, ci ragioni e capisci che sì, è difficile cambiare atteggiamento, però, se sai che stai dicendo qualcosa di quanto meno controverso, magari non la dici così a cuor leggero. Magari ci pensi dieci volte e magari non la dici, se è un parere superficiale che esprime solo snobismo, no?

Dire che i capezzoli femminili sono volgari non è solo un’inutile mortificazione (per altro ingiusta) di chi non vuole mettersi il reggiseno (e già avrà le sue belle rotture di scatole, e le occhiatacce e gli occhiolini non richiesti). Ma è anche un po’ stupido. Perché ignora tutti i discorsi politici che stanno dietro ad una scelta apparentemente solo estetica. E finge che non ci siano o non se ne interessa.

Oggi direi che abbiamo bisogno di critiche costruttive sul femminismo. Di ragionamenti solidi. Non di chiacchiere su come si va vestiti al matrimonio dello zio e sulle regole del Galateo. Perché non sono queste le cose importanti. D’altra parte sminuire l’importanza dell’elemento linguistico (la lingua è uno strumento di ragionamento, non solamente un codice arbitrario ma un modello di pensiero quindi sì, è importante chiamare le professioni al femminile), cercare di minimizzare tutti i discorsi sul corpo delle donne (sì anche i capezzoli) dicendo che sono solo pareri estetici (falso!) è miopia. E anche questo è un problema. Quando si cerca di rendere apolitico un discorso che lo è.

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4 thoughts on “Nipplegate”

  1. Purtroppo per secoli ci è stata inculcata una percezione sbagliata di noi stesse e del nostro corpo… la masturbazione, se non sei Samantha di Sex and the City, è un taboo. Così come è del tutto ingiustificato che una donna non depilata faccia ‘ schifo’. Comunque ti segnalo un libro: ‘ Blonde’ della Oates. Non verte propriamente sulle tematiche di questo articolo ma, trattando la vita di Marylin Monroe, l’oggettificazione del corpo femminile ha un certo peso:)

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  2. Quello che, secondo me, continua a creare confusione nella testa di tanti è il non riuscire a scindere tutto questo pudore dal concetto di “codice di abbigliamento”. Mi spiego: in determinati luoghi e nel rivestire determinate cariche e professioni, esiste un codice di abbigliamento preciso sia per le donne che per gli uomini; chiamiamole pure regole di convivenza, ad ogni modo è giusto che vengano rispettate da ambe le parti. Questo non va però confuso con il vestiario che ognuno di noi decide di indossare quando non ci sono vincoli da rispettare: è lì il punto su cui si sta cercando di fare della discussione. Perché basta con questa continua, fastidiosa e mortificante incarcerazione del corpo femminile che viene ingabbiato in convenzioni sociali basate su una società antica e, senza dubbio, con braccio della bilancia sempre teso a sfavore. Oltretutto il rischio (ovvero realtà), è che le donne per prime non si sentano a proprio agio e finiscano per cedere le proprie volontà (e in alcuni casi comodità) a favore di un conformismo illogico. Perché caro/a signore/a, se il mio capezzolo ti disgusta, è altamente probabile che il problema, dopotutto, non sia io.

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  3. È orribile vedere che discussioni assurde nascano sul corpo delle donne certe volte. E lo dico da uomo…
    Mo’ ci lamentiamo pure dei capezzoli sotto le magliette, bah!
    Non basta quanto le abbiamo segregate in passato e trattate come umani di serie b?
    Certa gente non la capisco proprio.

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