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Il malus cultura

Ha suscitato parecchio scandalo la notizia che tra i neo diciottenni, beneficiari del cosiddetto bonus cultura dal valore di 500 euro, ve ne fossero alcuni decisi a liberarsi dell’omaggio governativo, rivendendolo attraverso i social in cambio del vile denaro. L’indignazione dei cittadini – a quanto pare, di questi tempi l’indignazione sembra essere l’unico sentimento possibile – si è destata per diverse ragioni:

1) I ragazzini sono viziati e ignoranti, disprezzano il sacro Dono della Cultura, dell’Arte, della Bellezza.

2) I ragazzini truffano lo Stato che così generosamente li ha ricompensati in ragione dell’inappellabile (e muto) dato anagrafico. In altre parole: non ve lo siete nemmeno meritato!

3) I ragazzini che rivendono a metà prezzo il loro bonus sono la vergogna d’Italia, dediti a una pratica  – cito dall’articolo – “illegale, ingiusta e dannosa per la collettività”.

Le care, vecchie “nuove generazioni“, un capro espiatorio sempre valido per illudersi di lagnarsi con cognizione di causa. Ma appunto è solo un’illusione. L’unico modo per argomentare in maniera seria è fornire qualche dato statistico. Volete sapere chi tiene in piedi la baracca dell’editoria in Italia (e all’estero?). Volete sapere chi si ostina ad andare al cinema nonostante il 3D e lo streaming in HD? Esatto, proprio i ragazzini.

Il 47,3% della fascia d’età compresa tra i 6 e i 17 anni legge almeno un libro all’anno mentre nella restante parte della popolazione la percentuale di penetrazione scende al 39,5%.

Chissà come mai quando pensiamo alla figura del non-lettore ci viene in mente un ragazzino sfrontato che si vanta della propria ignoranza. Dovremmo riordinare i nostri pregiudizi.

Certo, è chiaro che ci siano ragazzi che non leggono, non vanno al cinema, non vanno al teatro o nei musei. E non lo fanno perché le loro famiglie non lo fanno. Indipendentemente dalla propria esperienza personale (ci sono intellettuali che provengono da ambienti culturalmente poveri), il dato statistico ci dice che se nella casa di un bambino non ci sono dischi, libri, film, non ce ne saranno nemmeno nella sua casa da adulto.

E allora, che fare? Compito delle Istituzioni è trovare una soluzione al problema dell’alfabetizzazione e dell’arricchimento culturale perché da questo dipende la crescita economica e sociale del Paese. Non è retorica e non vorrei essere costretta a googlare i dati sul tenore di vita dei cittadini del Nord Europa per convincervi. Ne consegue il fatto che le iniziative di promozione culturale rappresentino una strategia di sviluppo imprescindibile per lo Stato.

In Italia – e correggetemi se sbaglio – qualsiasi progetto volto a favorire la lettura (e più in generale la Cultura tout court), almeno negli ultimi anni, si è dimostrato a dir poco fallace.

La distorsione principale delle logore logiche governative è il paternalismo che le permea. Leggere ti renderà più acuto, più colto, più maturo, ti garantirà uno stipendio migliore (ah!) e forse ti aiuterà anche a prevenire la calvizie.

Su questa base ideologica il Ministero imbastisce le varie politiche di promozione culturale. Dall’alto il potere benefico dello Stato discenderà sul povero cittadino ignorante e lo implorerà di leggere, cercherà di convertirlo, garantendogli il potere salvifico delle copertine rilegate.

Insomma, la lettura così come le mostre e i film non sono mai – nella mentalità istituzionale – dei piaceri. Sono sempre dei mezzi didattici, propedeutici, dei bastoni da passeggio per anziani. La lettura, in particolare, è somministrata sempre come un cucchiaio di sciroppo. Non ti piace? Ti serve comunque; è disgustoso ma vi guarirà. Ci guarirà tutti.

Oltre alla terribile spocchia di queste lezioncine, dunque, il povero non lettore, destinatario di queste campagne, deve sorbirsi anche una certa dose di retorica vuota. Infatti dei libri raramente si espongono i contenuti. Sono solo forme, non idee. Sono soluzioni facili al male del mondo. Quindi non importa cosa leggi, l’importante è leggere. Come se i libri non fossero veicoli ma destinazioni. Come se il compito dello Stato fosse solo quello di condurre i cittadini ai libri e poi abbandonarli lì. Come se non servisse comunque un approccio critico a ogni testo. 

CukblD9WEAABa7lL’approccio superficiale e inetto di questi progetti è rispecchiato benissimo dall’iniziativa #ioleggoperché. Si fa una selezione di libri (brutta, per altro). Si mettono in mano ai cosiddetti messaggeri (persone random, per lo più ragazzi, nella maggior parte dei casi impreparati sia all’approccio al pubblico sia alla corretta comunicazione del libro) che si premurano di distribuirli alla gente per strada e nelle piazze. Giustamente si è fatto notare che magari la gente non lo vuole leggere il libro di De Carlo. Perché sono ignoranti, naturalmente.

L’altro aspetto interessante di #ioleggoperché è la gratuità del progetto (e ci permetterà di ricollegarci poi al bonus cultura voluto dal governo Renzi). I libri dei messaggeri venivano regalati ai passanti (che volenti o nolenti si vedevano sobbarcati di libri che non hanno mai chiesto). Perché penso che questo approccio sia sbagliato?

1) Svaluta il libro. Il libro non è gratis, ha un costo e se diventa tuo (quindi non è preso in prestito dalla biblioteca, dunque appartiene alla comunità) devi pagarlo. Se fai passare il messaggio che leggere sia un’iniziativa benefica, stai danneggiando l’editoria che invece è un’industria e si basa sul profitto. Se regali i libri ai non lettori li spingi involontariamente a credere che i libri in fondo non valgano un granché e che non ci sia bisogno di comprarli (tutto ciò a dire il vero è già una realtà visto che il 20% dei lettori forti che frequentano la libreria rappresentano l’80% del fatturato). Se non mi credete, fatevi questa domanda. Vi fidereste mai di un venditore ambulante che cerca di rifilarvi uno smartphone nuovo di zecca a 50 euro? Vi fidereste mai di un agente immobiliare che cerca di vendervi un appartamento al Gianicolo a 40.000 euro?

2) Una rete di “messaggeri” lo Stato ce l’aveva già e sono i librai, i bibliotecari e gli insegnanti che ogni giorno fanno promozione della lettura con le armi che hanno a disposizione. Perché non sfruttare quei canali? Che senso ha dover propinare a forza a persone random (senza che siano stati selezionati per cluster demografici, senza un minimo di targettizazione) libri che magari non vogliono leggere? E non darli e non farli pervenire invece a quelli che ne hanno bisogno? Le biblioteche non mi pare navighino nell’oro. Perché non date loro i fondi per intervenire sul territorio e attirare lettori, magari anche con più sistematicità e più scelta, visto che hanno alle spalle una vasta selezione di titoli e generi (no, non esiste solo la narrativa)?

Purtroppo alla logica dell’evento e alla prassi della gratuità sembra rispondere anche l’iniziativa del bonus cultura di Renzi che consegna nelle mani dei neo diciottenni cinquecento euro da spendere senza sensi di colpa ma solo per libri, mostre, spettacoli teatrali e cinematografici. Una grande idea, direte voi. Insomma. Ve lo siete già scordato l’incipit di questo post?

Il bonus intanto è a tutti gli effetti un premio. Ma che tipo di premio? Monetario, ovviamente. Quello che offre questo bonus – e gli slogan che lo sponsorizzano lo fanno ben capire – sono dei soldi, non delle opportunità. A dei giovani adulti che non hanno MAI avuto contatti solidi con il Sapere questo premio non spalancherà alcuna porta (infatti se li rivendono). Non c’è la volontà di offrire uno scenario, di far conoscere, di esplorare mondi d’arte, mondi di parole, mondi diversi dal solito difficile squallore che molti ragazzi abitano quando si trovano in contesti di disagio sociale e povertà culturale. Al contrario, per i ragazzi della classe media questo bonus equivale esclusivamente ad un regalo, un sollievo per risparmiare sui libri universitari, magari. Ma anche qui, cosa c’entra tutto questo con la promozione della Cultura?

Senza contare che poi questo bonus è un unicum (solo per i diciottenni e quindi solo una volta poi più nulla). Di nuovo, non si propongono interventi strutturali e sistematici, una rete d’intervento a più livelli che parta dalla scuola e si diffonda. No. Un evento saltuario.

Dietro la faccia dell’ecumenismo culturale, c’è soltanto la voglia di gettare fumo negli occhi, dando l’illusione di un intervento politico forte (“guardatemi, ho dato tantissimi soldi ai cittadini per comprarsi i libri, sono come Mecenate”) quando in realtà poco sta cambiando.

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​Di nuovo poi traspare il messaggio della gratuità, per cui la Cultura ha un valore basso infatti ti viene propinata e regalata in più occasioni. Dall’altro lato, però, si pone molta enfasi sul valore del Soldo. Qui secondo me sta tutta la problematicità del bonus Renzi.

Il messaggio di fondo è confusionario. Lo Stato infatti non mette a disposizione delle Scuole fondi necessari per iniziative di base come la biblioteca scolastica e, ancora più alla base, paga poco gli insegnanti. Anziché poi vivacizzare la vita dei musei (che si sono tenuti in vita da soli grazie all’intraprendenza dei privati) con convenzioni ad hoc (ancora una volta in collaborazione con la scuola), regala solo soldi.

Perché è così centrale il sistema scolastico? Perché a scuola ci vanno tutti. Essendo obbligatoria, è lì che intercetti anche il cittadino che fruisce della Cultura in modo assolutamente marginale se non inesistente. è lì che fai diventare la Cultura la normalità, gli presenti qualcosa che in famiglia non esiste e, anzi, magari è vista anche con diffidenza. Il bonus rivolto solo ai neo diciottenni è uno strumento usato da un welfare state monco. Un’azione indiscriminata anche per chi non ne avrebbe assolutamente bisogno. Il punto è che se gli eventi culturali vengono tenuti in scarsa considerazione dagli italiani il problema è a monte, non a valle.

Questo bonus sembra orientato verso un rapporto di clientelismo più che di cittadinanza.

Ci sono poi delle storture incredibili come la possibilità di comprare e-book ma non e-reader o il fatto stesso che non ci sia un orientamento all’acquisto e quindi inevitabilmente i ragazzi si rivolgano soprattutto ai prodotti mainstream (che comprerebbero anche senza il bonus) o prodotti scolastici (che sono obbligati a comprare anche senza il bonus). In entrambi i casi il bonus assolve la funzione di regalo o aiuto ma non incoraggia la fruizione culturale. Non serve a promuovere un bel niente. Copre con una pezza la falla di un sistema marcescente. 

Se leggere è così importante perché non renderla un’attività che si svolge a scuola, come suggerisce Roberto Casati nel suo “Contro il colonialismo digitale”? Immaginate l’ora della lettura in classe: a prescindere dalla provenienza e dalle possibilità economiche, ogni bambino si troverebbe davanti i libri (e intendo anche fumetti, illustrati ecc.), libri che magari non vedrebbe mai a casa.

Si inizierebbe fin da subito a dare priorità alla lettura (e non assegnarla come compito destinato all’orario extra scolastico, o peggio, libro per le vacanze), rispettando allo stesso tempo la libertà di scelta e l’autonomia dei bambini, pur fornendogli una guida.

Permettere che la lettura venga interpretata e sentita come un meraviglioso modo per esplorare la realtà, non un ideale impossibile da raggiungere. Spesso l’odio per i libri è generato anche dalla falsa associazione tra l’atto di leggere e una sorta di superiorità morale. Non credo di essere l’unica a conoscere ben più di un lettore che ricade perfettamente nella categoria di superficiale zuccone. Sfatare questi pregiudizi è vitale, altrimenti rischiamo di imprigionare la promozione della lettura in una retorica vuota ed elitaria. Leggere dovrebbe essere impegnativo ma appagante, non un atto meccanico, banale e sterile.

Compito dello Stato sarebbe quello di rendere disponibili i libri (che no, non sono solo uno svago ma un riferimento autorevole di istruzione,aggiornamento, conoscenza, orientamento). Tuttavia è il contesto nel quale impariamo che fa la differenza, non le semplici nozioni che immagazziniamo. Leggere ha senso in un sistema multidisciplinare complesso e vario. Non è il singolo libro a fare la differenza ma la nostra libreria. Ecco perché la logica dell’evento non sopperirà mai alle carenze strutturali del sistema cultura del nostro paese. Sappiamo tutti che i problemi derivano soprattutto dalla povertà di reddito e di istruzione (a questo proposito, consiglio la lettura del saggio di Solimine, Senza Sapere, il costo dell’ignoranza).

Sì, lo so, è noioso dire che tutto parte dalla scuola (che è in queste condizioni) e dalla famiglia ma è così. Non ci sono soluzioni facili.

Certo, ci sono altre possibilità di promozione culturale. I canali digitali, ad esempio, sono diventati dei luoghi di aggregazione per gli amanti dei libri. La stessa lettura è “aumentata”. Si legge su più supporti, non solo sulle pagine dei libri ma sugli smartphone, i tablet, gli e-reader, lo schermo del computer. L’e-commerce e i social network inoltre hanno esteso al massimo la possibilità di procurarsi i libri, oltre ad aver dato al passaparola e alle opinioni dei lettori comuni un’importanza mai conosciuta prima. Sempre più diffuso è infatti il fenomeno del social reading, la condivisione della propria esperienza di lettura sui social.

Le modalità con cui coinvolgere i lettori sulle piattaforme di condivisione digitali sono sempre di più e adottano anche linguaggi non contigui a quelli della scrittura: foto, video e tweet sono diventati veicoli per raccontare il mondo del libro. La cultura dell’immagine e quella della parola non sono più rivali ma si compenetrano.

Tuttavia queste riserve digitali che i lettori abitano, le mille e più vie per promuovere la lettura nell’era della convergenza, sono delle attività di supporto, efficaci soprattutto per chi è già un lettore (o qualcuno che ha abbandonato la lettura e vi ritorna incoraggiato dall’ambiente virtuale). Molto più spesso, quindi, la Rete diventa un’isola felice per i lettori forti, categoria che al posto di essere coccolata dall’industria che foraggia è sempre più trascurata dall’editoria tradizionale, impegnata disperatamente ad accalappiarsi l’attenzione del lettore occasionale che acquista due volte l’anno i libri da mettere sotto l’albero o sotto l’ombrellone.

Non si può pensare quindi per compartimenti stagni, credere che una singola iniziativa che agisce in maniera indiscriminata e non a livello strutturale, risolva un problema che investe l’economia, l’istruzione, le politiche sociali del Paese. Il bonus di Renzi è così orribile? No, è un bel regalo per i diciottenni, buon pro vi faccia. Ma rimane uno specchietto per le allodole.  

PER APPROFONDIMENTI:

Booktube: promozione della lettura attraverso il digital 

Contro il colonialismo digitale, Roberto Casati

Senza sapere, Giovanni Solimine 

 

 

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1 thought on “Il malus cultura”

  1. Bellissimo il tuo post, Ilenia,
    spero che lo leggano più persone possibile, soprattutto i diretti interessati per quanto riguarda il bonus cultura.
    Purtroppo quello che succede è l’esatta immagine di una società che preferisce vivere nell’ignoranza, che pensa unicamente alla parte “materiale”.

    Ed onestamente io me lo aspettavo, come penso anche tu, Ilenia.
    E non lo dico perché voglio fare la criticona sulle nuove generazioni, ma perché ormai è un dato di fatto che alla maggior parte di essi la cultura non interessa.
    Se gli dai 500 euro da spendere in telefoni di ultima generazioni o capi ultra firmati allora sono ben contenti, sono sicura che li brucerebbero in 10 nano secondi,

    ma non sia mai che debbano spenderli per libri od ingressi a luoghi di cultura!!!

    E’ giusto evidenziare che non voglio fare di tutta l’erba un fascio,
    sono sicura che una piccola parte di giovani abbia speso il buono per le giuste ragioni e che ne farà buon uso.

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