Cinema

“Animali fantastici e dove trovarli” ovvero come tornare bambini

Ho di nuovo otto anni. Questa è la sensazione che ho provato appena uscita dalla sala in cui è stato proiettato “Animali fantastici e dove trovarli”, il film scritto da J.K. Rowling e girato da David Yates (ma sicuri, sicuri che sia lui? Perché siamo anni luce lontani dagli ultimi film di Harry Potter).

Quando è stata annunciata la produzione di questa nuova serie di film basati sull’universo potteriano, tutti abbiamo creduto che venisse resuscitato a comando un cadavere ormai stantio a furia di essere calpestato e abusato dal marketing, una carogna tenuta in uno stato di morte apparente o non-vita, decidete voi, unicamente per saziare un fandom ingordo e insaziabile, pronto a spendere ancora tutti i suoi danari per qualsiasi cosa ricordi vagamente la meraviglia che ha provato incontrando Harry la prima volta (sia aprendo un libro sia sentendo le prime note della colonna sonora dei film). E le trovate di marketing per risvegliare questa sensazione non sono mancate: dall’allestimento di parchi a tema e l’organizzazione di tour negli studios che ospitano le scenografie, i costumi e gli oggetti di scena dei film (l’esperienza dal vivo del mondo di Harry sopperisce in parte alla mancanza di una narrazione) a Pottermore (un’esperienza talmente virtuale da avvicinarsi alla fuffa), fino ad arrivare a quella idiozia dello spettacolo teatrale (con relativo libro annesso che ne riprende la sceneggiatura) ovvero “The Cursed Child”.

Proprio la delusione derivata da quello che è stato definito “l’ottavo libro di Harry Potter” ha generato un’ondata di rifiuto – momentaneo – del mondo creato da J.K.Rowling. è ovvio che i fan si siano sentiti leggermente raggirati: l’autrice, dopo anni e anni di dichiarazioni contraddittorie e ritrattazioni sulla storia (Silente gay, Ron e Hermione sì/no/sondaggi aperti), affidare un pezzo così importante del tuo universo a due soggetti esterni che, sotto tua approvazione, sono riusciti a tirar fuori nientepocodimenoche LA FIGLIA DI VOLDEMORT (ma per piacere), è oltraggioso. Una narrazione odiosa e incoerente che ha prodotto un giustificato malcontento verso Harry&Co. tanto da credere che l’era “potteriana” fosse ormai finita, meglio farsene una ragione. La sentenza: il franchise è una fredda macchina da soldi, ormai incapace di emozionare e meravigliare le persone.

A distanza di anni dalla conclusione letteraria e cinematografica della saga magica che ha incantato tutto il mondo (e non solo una generazione), l’idea di proporre un prequel ambientato nella comunità magica d’oltreoceano con personaggi a noi solo parzialmente noti, poteva essere l’occasione di un riscatto. Certo, c’era sempre quel terribile sospetto per cui la Rowling avesse esaurito l’inventiva e si ricadesse in riciclate narrazioni inermi e blande, che rabbonissero con un cucchiaione di sciroppo alla fragola i nostalgici. C’era la possibilità di rovinare tutto, soprattutto per i fan più cresciuti, come me, difficili da accontentare con una storia decente e poco più. Invece no.

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“Animali fantastici” è meraviglioso, nel senso più puro del termine. La meraviglia colpisce lo spettatore fin dal primo momento. Tutto è familiare, benché sia inedito. Il mondo magico ricreato nel film è precedente a quello che noi conosciamo quindi parzialmente inesplorato, inoltre è diverso anche perché americano. A livello visivo e narrativo questo obiettivo è stato centrato in pieno. New York, non Londra. Una nuova istituzione (Il MACUSA – Magico Congresso degli Stati Uniti – e non il Ministero della Magia), una nuova situazione politica (i NO-MAG/Babbani non tollerano la magia), una nuova situazione storica (c’è stata la prima guerra mondiale e non si può ignorare). Per certi aspetti, “Animali fantastici” si proietta in un contesto sociale già più adulto rispetto agli inizi della saga madre. Ricorda infatti il clima di angoscia e di presentimento creato nell’Ordine della Fenice: il razzismo, l’incompetenza delle istituzioni, il grande spazio dato alla Stampa magica e alle comunità magiche “straniere”.

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I personaggi, benché sicuramente “potteriani” (donne intelligenti ma un po’ goffe, uomini bizzarri ma straordinari, figure di contorno, dimesse, che si rivelano elementi chiave della storia ecc..) sono NUOVI, non li conosciamo, non li amiamo ancora. Possiamo seguirli, possiamo lasciare che la storia li sveli per noi, poco alla volta. Per altro, sono felice che la Rowling abbia mantenuto la sua tendenza al trasformismo per cui molti personaggi letteralmente si nascondono e si rivelano solo alla fine.

Newt Scamander è interpretato da Eddie Redmayne. Spesso l’attore è accusato di forzare troppo la mano e di esagerare nelle sue performance. In questo caso, no, è stato, benché istrionico, assolutamente perfetto. Newt è un personaggio generoso ma abituato ad essere trattato come uno strambo quindi cauto nelle relazioni, solitario, abituato a trattare più con le sue creature che con gli uomini. Tuttavia è anche un idealista, determinato e talentuoso in quello che fa. Redmayne è riuscito a restituirci il suo ritratto: il suo sguardo si fa a tratti guizzante a tratti fisso (e anche un po’ inquietante), il suo cappotto si trasforma in una coda per attirare creature imbizzarrite (capirete poi), tutto il suo corpo è ingaggiato nell’interpretazione (onestamente questo non è quasi mai successo per gli attori adolescenti dei precedenti film).

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Il resto del cast è costituito da volti non troppo noti (scelta apprezzabilissima) ma tutti all’altezza del ruolo. Samantha Morton e Ezra Miller, ad esempio, pur avendo dei ruoli secondari sono impeccabili. Persino Colin Farrell nella sua inespressività mi ha colpito. L’unica scelta discutibile dal punto di vista del casting si rivela solo alla fine del film (e quest’attore in particolare ci farà compagnia per tutta la serie cinematografica, temo). Una scelta che possiamo discutere nei commenti e non qui perché sarebbe spoiler (lo so che ormai lo sa mezzo mondo ma ci teniamo a non rovinare sorprese a nessuno, nemmeno agli uomini delle caverne, ok?).

Dal punto di vista estetico, non c’è assolutamente nulla da dire. I costumi sono sensazionali e connotano ogni personaggio senza che ci sia nemmeno la necessità di farli parlare (la tonalità blu del cappotto di Scamander parla da sé così come il pigiama dell’ex-auror Goldstein e il vestito in seta della legilimens Queenie). Gli effetti visivi e le scene d’azione lasciano a bocca aperta per la cura e il realismo con cui sono resi in scena, c’è da dire che non ci si poteva aspettare di meno (anche la luce emessa dalle bacchette al momento di lanciare gli incantesimi sembra diversa, un tocco di azzurro fosforescente più acceso o forse sono solo esaltata).

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E naturalmente loro: LE CREATURE FANTASTICHE. Innanzi tutto sono tante ma non sono troppe. Non è la giungla di Jumanji né Madagascar. Le loro caratteristiche sono chiaramente distinguibili, alcune hanno un ruolo puramente simbolico (soprattutto quelle giganti che hanno come scopo primario quello di meravigliare lo spettatore), mentre altri come il piccino asticello sono dei veri e propri personaggi. Altra caratteristica apprezzabilissima: gli animali sono belli, alcuni tenerissimi, ma viene fatto trasparire a più riprese un messaggio importantissimo: sono selvaggi e diversi da noi, non sono addomesticabili, devono essere preservati ma lasciati liberi. Certo, non il nucleo narrativo più originale del mondo ma ben reso. Considerando che questo è un film d’intrattenimento e non un documentario con Leonardo DiCaprio, direi che va promosso a pieni voti. Se la scena in cui Newt urla: “non fategli del male, non sono pericolose”, non vi ha fatto tremare un po’, siete senza cuore.

Ammetto che alcuni spettatori possano rimanere scontenti dal fatto che le creature fantastiche abbiano un ruolo di contorno. Nonostante non siano figure marginali (infatti il tema del rapporto tra uomini e bestie è sentito per tutto il film), hanno effettivamente una storia che sembra parallela a quella principale. Newt Scamander quando arriva a New York, “perde” le creature che dovrà recuperare ma, nel frattempo, arriva un’altra minaccia a cui il MACUSA deve far fronte e Scamander, più nolente che volente, prende parte a questa battaglia. Personalmente l’ho apprezzato perché, sebbene siano due storyline divise, s’integrano nella cornice più ampia del film. Non mi ha disturbato affatto.​​

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Veniamo all’aspetto più delicato del film: la storia. I pericoli li abbiamo già elencati: odiosi effetti nostalgia, scopiazzatura impietosa di altre storyline, creazione di personaggi strumentali e poco autentici. Niente di tutto questo si ritrova in questo film. Anzi, come ho detto all’inizio, ritengo che la pellicola, ma in generale questo nuovo universo cinematografico, sia volontariamente più maturo e abbia degli elementi di discontinuità con la saga precedente (già l’età media del cast è molto indicativa).  Più che di elementi di discontinuità sarebbe meglio parlare di indagine e ripresa di nuclei narrativi che soltanto in parte erano stati esplorati nella saga madre, probabilmente considerati inadatti o troppo ampi per poter essere sviluppati all’interno del racconto di Harry. Di cosa sto parlando? Del passato di Silente, naturalmente. Del suo rapporto con Grindelwald e in generale di quell’epoca oscura e per certi versi più controversa che viene prima dell’arrivo di Voldemort. Quando il rapporto con i NO-MAG (ovvero i Babbani) erano tesissimi, quando la comunità magica era perennemente sul piede di guerra, quando per paura i bambini erano costretti a reprimere i loro poteri, creando degli obscuriali (potentissime e instabili creature fatte di magia buia che infettano l’ospite fino ad ucciderlo).

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È una narrazione oggi più che mai attuale. I temi sì, sono gli stessi: razzismo, divisioni tra i popoli, paura, diversità e integrazione. Niente di nuovo sotto il sole ma è chiaro che nel 2016 ce n’è ancora bisogno (non so se avete visto chi è stato appena eletto presidente degli Stati Uniti d’America). Questi temi sono sviluppati in maniera banale? Secondo me, no. Solo in maniera classica. Non ci sono personaggi completamente malvagi o completamente buoni. I protagonisti stessi sono confusi. L’idea stessa di obscurus è una commistione tra magia nera e magia bianca. Certo, la trama in certi passaggi risulterà prevedibile agli spettatori più esperti ma è chiaro che il film è un prodotto mainstream, adatto anche ai più piccini e non è un difetto del film la nostra perduta ingenuità.

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Inoltre si nota fortemente che questo film è l’inizio di qualcosa di molto più grande. È l’introduzione di una nuova saga e, per tali ragioni, è molto esplicativo e descrittivo. In confronto a film più maturi, c’è forse meno intreccio e più scene “dimostrative”. Forse è proprio per questo che mi è piaciuto. Perché è una finestra sul meraviglioso.  Mi rendo conto che qui si entra nel regno della relatività, nell’impervia selva dei “gusti personali”. Avete trovato il film piattino? Ci sta. Non è possibile controllare l’emotività di TUTTI gli spettatori. Non è possibile che questo film piaccia a tutti, è chiaro. A me ha fatto impazzire. Non perché sia un film epico, affatto. Ma perché è suggestivo, perché è divertente, perché è possibile. Sì, mi ha fatto credere per due ore che la magia è possibile. Ed è questo che amiamo del cinema e in generale della finzione. Noi gli affidiamo il compito di farci credere in qualcosa che non esiste. Sono entrata in sala con il muso e sono uscita con il sorriso di una bambina di otto anni. Leggera come dopo aver fatto un sogno con creature strane, leggera come dopo un oblivion. Siamo dei no-mag a cui è data la possibilità di vedere, di credere, per un tempo limitato, alla magia (che non è sempre bella, buona e innocua) e poi siamo tornati alla realtà con qualche ricordo offuscato di uno snaso in una gioielleria.

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